Gabriella A. Ferrari

 

ANALISI DEL BONDING PER IL BAMBINO PODALICO                                                                                                                                                                                                                                                                                             

Le “levatrici” di un tempo praticavano sull’addome delle gravide, il cui bimbo era in posizione podalica, delle manovre particolari basate su spinte e compressioni, per provocarne il capovolgimento. Anche oggi, previo controllo ecografico preliminare e certamente in condizioni di miglior sicurezza, alcuni medici, pochissimi per quel che mi risulta, e qualche ostetrica, eseguono queste manovre sul feto, attraverso l’addome materno, per riposizionarlo.
Da un punto di vista psicologico non possiamo essere altrettanto sicuri che questo tipo d’intervento sia assolutamente senza danni per il bambino.
Ammettiamo il caso che la posizione del bambino rifletta la conseguenza di una sua decisione e voglia esprimere un segnale di disagio. Quale risposta riceverà a questo suo preciso messaggio corporeo e come la decodificherà? Costringerlo a voltarsi corrisponde ad una negazione, come se gli si dicesse: il tuo segnale non mi interessa, lo cancello, devi fare quello che voglio io, ti volto a testa in giù! In pratica gli stiamo dicendo che il suo problema non esiste, lo neghiamo e, allo stesso tempo, esercitiamo in modo dispotico il nostro potere su di lui.
In pratica, non solo si invalidano i suoi comportamenti e ci si sostituisce a lui, ma gli si nega anche qualsiasi diritto e possibilità di esprimersi.
E ancora di più, oltre che ad essere un messaggio educativo già molto discutibile in se stesso sul piano della qualità, non potrebbe forse anche incidere negativamente sulla fiducia del figlio nei confronti della protezione materna?
In effetti si pone seriamente il problema di chiedersi quali conseguenze potrà avere sulla personalità futura del bambino-podalico-per-scelta (e non per impedimento), un simile modello coercitivo in cui, in pratica, gli s’impone, con un intervento esterno alla sua privilegiata relazione con la madre, di mutare le sue scelte.
L’alternativa dell’intervento chirurgico è davvero la soluzione ottimale per il bambino podalico, come sostenuto attualmente dalla stragrande maggioranza dei ginecologi? In effetti, se considerato dal punto di vista del rischio, esso non comporta grossi rischi e, in un certo qual modo, benché esista un effettivo intervento operatorio, però quest’ultimo avviene nel rispetto della scelta del bambino di restare seduto.
Tuttavia, riguardo al cesareo, esistono accertate conseguenze ed effetti nocivi sia per la madre che per il bambino, sui quali è stato già detto e scritto tantissimo.
Dunque quali potrebbero essere le alternative per evitarlo? Come riuscire ad agire nel rispetto del bambino intrauterino, pur tutelando la sua sicurezza e la salute della madre e del figlio? Che fare?
Fra i tanti metodi alternativi che in questi anni sono stati proposti (agopuntura, moxa, riflessologia plantare, do-in, shiatzu, posizioni corporee etc.) c’è ancora un settore, a mio avviso fondamentale, nel quale andare a cercare un aiuto: la relazione madre-figlio, genitori-figlio.
Sono accanto ai genitori da oltre 30 anni e in seguito alla straordinaria esperienza che ho avuto il dono di potere fare con loro, mi sento di affermare che una madre, ove non esistano impedimenti obiettivi alla rotazione del suo bambino, se ha stabilito un buon rapporto di comunicazione affettiva con lui prima della nascita, ha più possibilità di qualsiasi altro di indurlo a voltarsi in posizione cefalica.
In questo lungo lavoro di sperimentazione mi hanno molto aiutato l’approccio con alcuni studi sull’ analisi del bonding presentati del Prof. G. Hidas, del dott. J. Raffaj, del dott. L. Janus e della dott.ssa C. Imbert, nel corso dei loro seminari di formazione. Grazie a loro ho aperto gli occhi sull’importanza di integrare all’analisi della relazione prenatale molto nuovi dati; così ho potuto anche trasferirli nel mio lavoro con il bambino podalico, ottenendo risultati di gran lunga migliori dal punto di vista delle applicazioni e dei risultati.
Premesso che in particolari condizioni di indispensabilità o di emergenza è ovvio che occorre accettare di attivarsi in modo drastico e risolutivo, non vedo perché non si debba tentare, nel precedente tempo a
disposizione, di risolvere la situazione in modo incruento e riservare la cesareizzazione solo ai casi in cui, nonostante il lavoro svolto, il bambino proprio non voglia o non riesca più a voltarsi.
Una infinità di gestanti hanno già sperimentato questo metodo, cioè parlare al loro piccolo, insegnandogli il percorso che deve fare per voltarsi a testa in giù… e ci sono riuscite. Tutto dipende dal tipo di relazione e di comunicazione che c’è tra genitori e bambino.
Ho potuto personalmente verificare, nei nostri corsi Anep di preparazione al parto, quanto sia importante cercare di potenziare gli aspetti relativi alla relazione, dando spazi più ampi alle tematiche che possano aiutare la madre a comunicare e dialogare positivamente con il suo bambino. E’ ormai noto che molto del benessere di mamma e bambino durante la gravidanza, dipende dalla qualità della loro relazione ed è risaputo che anche il parto e l’allattamento ne beneficieranno.
A maggior ragione nel caso specifico di presentazione podalica del bambino, tutto ciò sarà particolarmente utile perchè saranno stati creati i presupposti affinchè possa intervenire la madre stessa per promuovere la rotazione. Perché mai non considerare prioritaria quest’ottima opportunità e non intervenire solo successivamente, nel caso di insuccesso, con interventi alternativi che, sia pure a fin di bene, sono comunque intrusivi nella relazione madre-bambino?


UN CASO
Fra i tanti ho scelto di riportare un caso capitato proprio nell’ autunno scorso perché lo considero molto significativo. Come vedrete, si è potuto risolvere solo grazie alla qualità della relazione genitori-bambino, alla consuetudine ad una regolare e quotidiana comunicazione nella triade, nel corso della quale si era evidentemente già instaurato un rapporto di fiducia e alla collaborazione del padre. Il suo ruolo è fondamentale. Raffaj sostiene che “…quande il padre è autorevole, il feto ubbidisce più a lui che alla madre”.
Quando Ilaria si è iscritta al corso era nella 30a settimana di gestazione e la sua bambina, Francesca, non si era ancora girata. Nessun problema: fino alla 32°/34a settimana non è il caso di pressarsi per iniziare alcun tipo di lavoro finalizzato a provocare la rotazione.
Ilaria aveva precedentemente avuto altri due bambini, maschi, nati in casa. Non poteva neppure concepire che si potesse partorire in ospedale, del quale era terrorizzata “…a causa di alcune mie recenti infelici vicende famigliari” . Inoltre diceva di volere fare nascere in casa questo suo terzo figlio perché desiderava avesse la medesima nascita degli altri due. E’ comprensibile.
Però era così pressante il suo desiderio di potere risolvere al più presto la situazione che, per accontentarla, acconsentii ad iniziare con lei un lavoro preliminare dialogico, almeno per capire se c’erano le premesse perché Francesca potesse avere assunto quella precisa posizione di podice in reazione ad un messaggio ricevuto. La data segnata in cartella mi indica che quando ci siamo incontrate in studio era alla fine della 32a settimana di gestazione.
Invece nel corso dell’analisi del bonding emerse, come spesso capita, un terzo elemento nuovo: Ilaria era tanto impaurita al pensiero di dovere eventualmente partorire in ospedale perché l’ostetrica alla quale si era appoggiata per i due parti precedenti si era trasferita in un’ altra città e non era ancora riuscita a reperire una figura alternativa specializzata per il parto in casa. Addirittura, le si era presentata in sogno l’ immagine della sua bambina, tutta insanguinata, estratta violentemente per i piedi dal suo addome.
Quindi la prima cosa da fare era trovare un’ostetrica nella quale Ilaria sentisse di potere riporre la propria fiducia. Le diedi l’indirizzo del gruppo di ostetriche di Futura di Parma, specializzate in parti a domicilio, si trovò bene e si tranquillizzò. Dopo la 34a settimana, e in seguito ad un lavoro fatto insieme, Francesca si voltò cefalica.
Ilaria, una volta trovata l’ostetrica giusta per lei, continuò serenamente a seguire con molta partecipazione e interesse tutto il corso Anep, insieme al marito, fino alla data presunta del parto. Continuò a comunicare molto con la sua bambina, vivacissima, che interagiva benissimo sia con lei che con il papà.
Scade la data presunta per il parto. Contemporaneamente alla comunicazione della data in cui avrebbe dovuto recarsi in ospedale (ma solo per fare l’ultimo tracciato e le ultime analisi) notai che Ilaria era inspiegabilmente entrata in un anomalo stato di ansia. Le chiesi come mai era così agitata e mi rispose che era molto eccitata e felice per l’imminente nascita di Francesca, l’unica femmina, ma anche preoccupata per la gestione degli altri due figli sia in quel periodo che in quello successivo al parto.
In realtà, parlando più approfonditamente con lei, emerse nuovamente la paura di partorire in ospedale. Era infatti intervenuto un elemento nuovo: questa volta temeva capitasse anche a lei ciò che era appena successo ad una sua amica di infanzia, residente all’estero, alla quale era molto legata, che aveva partorito pochi giorni prima mediante cesareo. Al telefono le aveva anche raccontato dettagliatamente come si erano svolti i fatti.
Quando Ilaria entrò in ospedale la sua ansia e il suo rifiuto per il contesto ospedaliero, salirono a mille, come mi disse poi. Mentre attendeva di fare il tracciato, sentì chiaramente che Francesca si stava girando e si metteva per la seconda volta di nuovo seduta, come poi dimostrato dall’ecografia. L’interpretazione del messaggio somatico della bambina mi parve molto chiaro: “Non voglio uscire. Non voglio nascere qui “. Disperazione di Ilaria.
Ci incontrammo e iniziammo un lavoro insieme in cui parlammo alla piccola, rassicurandola, accarezzandola a lungo e dicendole che a lei non succederà mai di nascere in ospedale. Poi le indicammo più volte, sempre parlandole con dolcezza, il percorso di rotazione invitandola a girarsi nuovamente a testa in giù. Quella stessa sera la madre ripetè a casa il lavoro fatto in studio con me e Francesca, senza farsi neanche troppo pregare, si voltò. Mi telefonò molto tardi nella stessa serata per dirmelo.Visita di controllo e gioia di Ilaria.
Però nell’incontro successivo, quello che segnava la fine del corso, la vidi ancora stanca e tesa: riferì al gruppo che il suo ritmo di vita era sempre più frenetico e affermò che avrebbe voluto più tempo per sé ma non riusciva a ricavarselo.
Di lì a poco Ilaria tornò in ospedale per ritirare le analisi e c’era una lunga fila di persone che attendevano il loro turno: si sedette e nel corso della lunga attesa fu di nuovo colta dal ben noto senso di rifiuto e dall’agitazione. Ad un certo punto, mentre aspettava, Ilaria si accorse che la piccola stava facendo gli stessi movimenti che la volta precedente l’avevano portata in posizione podalica. Panico. Riferì poi che le venne da piangere e una gran rabbia.. Ecografia: la bambina era nuovamente podalica, per la terza volta.
Ilaria mi telefonò, voleva incontrarmi ma non riuscimmo a metterci d’accordo sui tempi. Le dissi di provare, nel frattempo, a fare da sola il lavoro che già ben conosceva per voltare Francesca. Passarono alcuni giorni. Francesca continuava a restare podalica.
Ilaria tornò da me in studio assieme al marito: questa volta era proprio disperata e, per giunta, era sfinita. La prospettiva del cesareo la avviliva e la terrorizzava allo stesso tempo. Inoltre diceva che gli altri due bambini la facevano arrabbiare e aggiunse “non li sopporto più”.
Incominciammo a parlare con la bambina, accarezzandola e coccolandola. Le fu promesso che mai più, proprio mai più, la sua mamma sarebbe andata in ospedale. Le spiegammo che perché ciò non avvenisse era però necessario che lei si voltasse a testa in giù. Le mostrammo nuovamente il percorso di rotazione: niente, neanche un movimento. Era sveglia ma immobile.
A questo punto presi la decisione di fare concretamente intervenire il suo papà. In molti altri casi era stato risolutivo. Infatti, alla fine fu proprio lui, emozionantissimo, a convincere Francesca a voltarsi…per la terza volta. Nuova visita e conferma.
Dopo quanto era successo non si poteva più rischiare che la bambina si girasse ancora a causa dei messaggi carichi di stress che le comunicava la madre. Quindi fu deciso che Ilaria, avendo sopratutto bisogno di stare tranquilla e serena in quegli ultimi giorni prima del parto e, soprattutto, di stare in contatto con la sua bimba senza esserne continuamente distratta dalle incombenze famigliari, sarebbe andata insieme al marito e ai figli, a trascorrere un lungo fine settimana presso la madre che abita in collina a pochi chilometri dalla città, in modo da potere riposare, essere molto più tranquilla e in contatto con la natura, mentre il marito e la madre di lei l’avrebbero sollevata da tutto il resto. Partirono venerdi mattina e tornarono domenica sera. Ilaria si riposò Mi telefonò e mi disse di avere camminato a lungo nei campi e di essersi sentita molto serena e in pace. Mi disse di avere anche telefonato un paio di volte alla sua ostetrica e che ogni volta che parlava con lei si sentiva più sicura. Lunedì mattina verso le 4,30 sono incominciate le contrazioni e verso mezzogiorno Francesca è nata in casa: come voleva lei, come volevano tutti in quella famiglia.
Non credo siano necessari commenti. Solo tre domande: che tipo di parto avrebbe presumibilmente avuto Ilaria se non avesse comunicato così tanto con la sua piccola nel periodo precedente al parto e non avesse avuto fiducia nella propria capacità di interagire con lei? Come sarebbero andate le cose se ogni volta non si fossero presi in considerazione, con pazienza e disponibilità, i possibili vissuti della bambina? Se non ci fosse stata fiducia nella sua capacità di comprensione e nelle sue risorse?


IL LAVORO CON IL BAMBINO PODALICO MEDIANTE ANALISI DEL BONDING
Esistono diverse teorie psicosomatiche a proposito della posizione di presentazione del feto, è però opportuno ricordare che per il momento non esistono, su questo argomento, studi che possiedano parametri di rigorosità scientifica.
Nemmeno i miei possiedono questi requisiti: è difficilissimo raccogliere dati in questo settore, che rappresenta una minoranza nella casistica delle gravidanze che seguo e delle gravidanze in generale. Senza l’appoggio di un centro di ricerca collegato ad un Ospedale, occorrerebbero anni per reperire un numero sufficientemente significativo di casi, catalogarli in base a criteri tutti da decidere e sottoporli a verifiche di confronto in base a protocolli che possiedano requisiti accettabili dal punto di vista scientifico.
Quindi anche quanto ho potuto osservare nella mia esperienza non è, per il momento, esattamente quantificabile in termini numerici: tuttavia nel corso degli ultimi 8/9 anni ho sino ad ora trattato 49 casi di bambini podalici o in posizione trasversa: 35 si sono voltati cefalici.
Alla base di questo lavoro e in fase preliminare, sia che sia condotto in studio che via cavo, diagnosi e referti medici più un’immagine ecografia recente sono indispensabili. E’ importante verificare che non esistano ostacoli obiettivi, impedimenti alla rotazione troppo evidenti o situazioni che comunque impedirebbero la nascita per via vaginale e renderebbero inutile il lavoro : un cordone ombelicale molto corto o avvolto attorno al collo, un malposizionamento della placenta, vistosa scarsità di liquido amniotico, mancanza di spazio, posizione a gambe estese, fibromi etc.
Il lavoro con i genitori è impostato secondo questa sequenza:
1) un’ accurata analisi preliminare del bonding genitori – bambino mediante dialogo.
2) L’ individuazione del possibile messaggio ricevuto dal bambino attraverso la madre, il padre o entrambi i genitori, ma anche provenienti da situazioni e circostanze esterne.
3) La verifica della corrispondenza tra il messaggio inviato e la possibile interpretazione che può averne data il bambino, mediante l’ osservazione della sua posizione somatica e delle sue reazioni a stimoli specifici.
4) Un lavoro con i genitori finalizzato a modificare il loro sentire relativamente al messaggio inviato.
5) La rimessa a punto della relazione con il bambino mediante la trasmissione di un messaggio diverso atto ad indurre il bambino a riprogammarsi.
6) Un lavoro con il bambino in cui il genitore lo invita a girarsi e gli insegna il percorso di rotazione.
La figura paterna ha un’enorme importanza in questo lavoro. I miei incontri per voltare il bambino podalico sono sempre rivolti alla coppia perché quando il padre non è favorevole a questo tipo di approccio, tutto il lavoro che si può fare con la compagna e il bambino risulta vano, soprattutto se si tratta di una coppia molto unita.
Nel caso di gravide con già in corso una terapia psicologica o che palesemente necessitano di questo tipo di sostegno, mi avvalgo della consulenza di una Psicologa Prenatale che collabora già da tempo nei nostri corsi di Educazione Prenatale e che è molto disponibile.
Come altri che stanno lavorando in questo settore specifico della gestazione, sono consapevole del fatto che quanto ho fatto e sto facendo non può essere considerato che una traccia.
Tuttavia nel corso di questi ultimi 5/6 anni ho potuto incominciare a individuare le esperienze in linea di massima abbastanza simili tra loro e le ho raggruppate, catalogandole ed infine assegnandole a 4 settori diversi a partire da 4 diverse posizioni somatiche del bambino. Mi rendo conto che tutto ciò potrebbe sembrare riduttivo ma è tutto quello che sono riuscita a fare. Sicuramente, dedicandovisi in ambiente più adatto, come ad esempio un reparto ospedaliero con una equipe preposta a questo tipo di ricerca, si potrebbe fare di gran lunga molto di più, recuperando conoscenze e dati preziosi allo scopo di potere intervenire di routine con l’analisi del bonding nei casi di presentazione podalica e limitare la cesareizzazione.
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UNA NUOVA SCOPERTA E UNA SPERANZA: POTREBBE ESSERCI UN COLLEGAMENTO TRA NEURONI SPECCHIO E COMUNICAZIONE EMPATICA TRA MADRE E BAMBINO IN GRAVIDANZA?
Ogni messaggio materno ricollegabile al bambino, sia che nella gestante si esprima consciamente o inconsciamente, è collegato ad un’immagine mentale colorata da un’emozione: potrebbero essere questi due ultimi elementi quelli che il bambino riceve ed ai quali reagisce introiettandoli dentro di sè e somatizzandoli? Come mai il bambino, che è continuamente sintonizzato sulle emozioni materne, ubbidisce ad un più o meno cosciente ordine o desiderio della madre (o del padre, quando il padre è forte)? Come mai si adegua e assume la posizione corporea che esprime e soddisfa il profondo desiderio materno (o paterno ) ?
Si parla spesso di “comunicazione empatica” tra madre e bambino in gestazione. In realtà questa definizione è sempre stata data a priori, nell’osservazione dei risultati sperimentali ma non ha mai realmente poggiato su basi scientifiche.
Recentemente, però, gli studi sui neuroni specchio hanno dimostrato che siamo neuronalmente programmati perchè esista una comunicazione empatica tra gli umani e che tali neuroni sono soprattutto collegati all’udito ed anche alla visione. Essi sono in grado, nel momento in cui due soggetti l’uno di fronte all’altro si guardano ed uno dei due, per esempio, inizia a compiere un’azione, di promuovere nell’altro l’attivazione dei suoi neuroni specchio, in modo tale da promuovere in questo secondo soggetto la capacità di entrare in empatia con il primo e quindi non solo di prevedere quello che sarà il prosieguo dell’azione ma anche di imitare ciò che egli sta facendo. I due entrano a tal punto in empatia che nel secondo soggetto si producono le medesime modificazioni somatiche che caratterizzano l’azione che sta compiendo e che compirà il primo.
Anche una visione interna materna, cioè un’immagine mentale caricata da un’emozione e collegata ad un’ intenzione (che caricata sul bambino potrebbe venire ricevuta come un’ingiunzione) - per esempio: bambino podalico che deve restare seduto, fermo in questa posizione perché la madre ha paura del parto naturale e
desidera fare il cesareo oppure ha paura di perderlo etc. - se viene portata sul bambino, cioè il secondo soggetto, riproduce una situazione analoga alla precedente… ma internalizzata. Infatti chi ci dice che questa visione interiore non induca nel corpo materno il movimento delle fibre nervose e delle fasce muscolari collegate all’azione dello stare seduti, che appare nella sua immagine interna riferita al proprio bambino (posizione corporea raccolta = contrazione dei muscoli e delle fibre nervose delle gambe, della schiena, del collo, delle braccia etc.) e che tutto ciò non attivi i neuroni specchio del feto e, conseguentemente, si contraggano le medesime fibre nervose e fasce muscolari in modo tale da indurre in lui, relativamente alla madre, quel processo di imitazione empatica caratteristico dell’azione dei neuroni specchio? Quanto ho detto per la posizione di podice è altrettanto valido ove sia riferito a un’ immagine internalizzata dalla madre che invece descriva l’azione del bambino di voltarsi dalla posizione seduta a quella capovolta.
Se questa ipotesi fosse vera, allora ciò proverebbe incontestabilmente che tra madre e bambino intrauterino esiste un’empatia programmata a livelli neuronali in grado di indurre delle modificazioni comportamentali nel feto.
Ipotesi esaltante e con molti presupposti perché mediante ulteriori ricerche possa essere scientificamente convalidata.
Del resto, visto che recentemente la Biologia ha dimostrato che il pensiero e gli stimoli ambientali sono in grado di modificare il programma genetico, e conseguentemente la vita di una persona, non si vede perché le Neuroscienze non potrebbero prendere in considerazione l’ipotesi di estendere ed ampliare la ricerca relativa alle possibilità da parte del pensiero dell’essere umano di influire sul comportamento altrui, avviando anche una ricerca sull’influenza delle internalizzazioni e trasmissioni psichiche materne per l’induzione di posizioni somatiche fetali. Parrebbe logico.
Sono convinta che in un futuro non troppo lontano arriveranno delle conferme. Recentemente ho portato in sala ecografica 30 coppie di genitori tra la 20esima e la 26esima settimana di gestazione ed ho proposto loro di applicare degli stimoli specifici ai loro bambini intrauterini. Quanto è emerso da queste esperienze è sconvolgente e i dati raccolti saranno presto oggetto di pubblicizzazione e pubblicazione.

15 gennaio 2013


Bibliografia essenziale
Nabelschnur der Seele – G.Hidas, J. Raffaj ; Ed. Psychosozial – Budapest 2006
Un seul etre vous manque – C. Imbert ; Ed. Visualization Holistique – Paris 2004
So quel che fai – G. Rizzolatti, C. Sinigaglia ; Ed. Cortina Raffaello
La Biologia delle credenze – B. Lipton ; Ed. Macro Edizioni

 

Gabriella A. Ferrari, ex insegnante, Prenatal Tutor; Presidente dell’Associazione “9mesi ed oltre”; Vicepresidente dell’ ISPPM International; Fondatrice e Coordinatrice del Progetto “Educazione Prenatale nelle Scuole”; Co-coordinatore didattico e docente dell’ ISPPE “International School of Prenatal and Perinatal Education”.
Autrice dei libri “Dalla Grande Madre al bambino”, “Il bonding dei nove mesi”, “La comunicazione e il dialogo dei nove mesi” (Ed. Mediterranee) e del DVD video “Le prime interazioni”.

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