Serena Bassi

 

LA RELAZIONE CON IL BAMBINO PRIMA, DURANTE, DOPO LA NASCITA

 

Per qualsiasi genitore, come per qualunque adulto motivato a diventare genitore, la relazione col bambino esiste già prima del concepimento. Ognuno infatti ha una relazione profonda col proprio “bambino interiore”, su cui modella l’immagine del figlio desiderato. Tale bambino interiore è l’insieme degli ideali, dei desideri, delle esperienze vissute nell’infanzia dall’adulto; è la parte inconscia e irrazionale delle emozioni, la dimensione vitale, gioiosa e giocosa dell’esistenza. Ogni adulto ne ha uno dentro di sé, e pochi adulti sono in contatto con questa parte di loro stessi, poiché lo norme e le aspettative sociali spesso condizionano i comportamenti al punto da impedire il contatto con la propria dimensione più vera e spontanea. Per questo, il figlio desiderato spesso è “caricato”, nell’inconscio, di tutte le qualità e le possibilità cui l’adulto ha dovuto rinunciare ma che costituiscono sempre un anelito profondo e nostalgico; una sorta di aspettativa salvifica, messianica. Non a caso, in molte culture si attende l’arrivo di un bambino in grado di salvare, portare la luce, la libertà, la pace…


Per queste ragioni, nella loro mente esistono sempre due diversi bambini con cui i genitori si relazionano. Da una parte, c’è il bambino ideale, che è la somma di desideri, esperienze, ideali e aspettative sociali dei genitori; dall’altra, il bambino reale, quello vero, spesso deludente perché vissuto come “estraneo” o inferiore alle aspettative.


Allo stesso modo, nella mente di una donna che decide di diventare madre esistono due diverse gravidanze. Da un lato, la gravidanza ideale, che avviene secondo modi, tempi e spazi perfetti, spesso idealizzata fin dalla pubertà, e comunque fin dalla giovinezza, senza che la donna ne sia completamente consapevole. Dall’altro lato c’è la gravidanza reale, spesso deludente o sorprendente, soprattutto perché impossibile da prevedere e da controllare, ma anche perché costituisce l’inevitabile confronto tra la realtà e la fantasia, dal quale il più delle volte è la realtà a risultare più difficile da accettare. Ciò che può risultare utile a una mamma in attesa, nei primi periodi di gestazione, alle prese con il confronto inconscio tra ideale e reale, è la piena consapevolezza del fatto che ogni gravidanza è unica e irripetibile. Ogni gestazione avviene infatti in un momento di vita unico e irripetibile, e consente di mettere al mondo proprio quello specifico bambino. In altre parole, è un’occasione che non si ripeterà, un privilegio che molte donne non possono avere, nonché uno dei momenti fondamentali dell’esperienza umana di ogni donna.


Allo stesso modo, giova ricordare ai genitori qualcosa che può apparire scontato, ma è invece di fondamentale importanza: ogni bambino è unico e irripetibile. Questo significa che impariamo a relazionarci col nostro bambino attraverso la relazione concreta e l’esperienza diretta; di conseguenza, l’attesa del bambino ideale deve gradualmente lasciare il posto al rapporto con l’individuo particolare che mettiamo al mondo.


La prima gravidanza è un’iniziazione per i genitori. Si tratta infatti di passare dal ruolo di figlia a quello di madre, dal ruolo di figlio a quello di padre. A livello sociale, e spesso anche familiare, non esiste grande sostegno a questo fondamentale processo. Ecco perchè tale iniziazione a volte è difficile e dolorosa: il suo esito dipende dalla storia di vita dei neo genitori, dalle figure genitoriali reali e ideali che hanno dentro di sé, e dalla relazione che hanno in quel momento coi loro genitori. Pur non essendoci alcuna regola o ricetta specifica, sarebbe importante che qualunque coppia che sceglie di avere un bambino cercasse uno spazio, prima del concepimento, per approfondire queste tematiche personali, e avere la possibilità di superare eventuali blocchi e difficoltà prima dell’inizio della gestazione. Esistono anche situazioni in cui il mancato superamento di tali problemi rende difficoltoso il concepimento stesso; purtroppo però, a fronte di un numero veramente grande di soluzioni sul piano fisico e medico, la ricerca delle cause emotive e profonde non viene proposta spesso alle coppie, che devono quindi effettuare una scelta autonoma in tal senso; che però, quando fatta, si rivela benefica non solo ai fini della gestazione stessa, ma anche del benessere emotivo profondo della coppia e dei due genitori.

 


LA COMUNICAZIONE NELL'EDUCAZIONE EFFICACE:

DALLA CAPACITA' DI COMUNICARE BENE

ALLA COSTRUZIONE DI UNA BUONA RELAZIONE EDUCATIVA

 

Quando si parla di educazione viene spontaneo pensare in particolare ai bambini e alla relazione che viene a crearsi tra loro e gli adulti che se ne prendono cura. Fin dai primi giorni di vita i bambini sono coinvolti nel processo educativo che li condurrà verso l’autonomia dell’età adulta; si tratta del processo più importante nella vita di una persona, dal punto di vista relazionale, perché l’esito di tale processo determinerà in buona parte l’equilibrio, l’autostima, la capacità di amore e relazione di quel futuro adulto. Allora sorge spontanea una domanda: chiunque è capace di educare?


Secondo la cultura dominante, educare è una capacità innata, che richiede solo una sufficiente distanza di età e competenza tra chi educa e chi è educato.
Tutti possono fare gli insegnanti, gli animatori, gli allenatori, i catechisti.... e ovviamente i genitori, a condizione che lo desiderino e ci mettano buon senso e buona volontà.

Possiamo allora fare qualche esempio di atteggiamenti educativi utilizzati dagli adulti: frasi tipo…

  • “Non sei proprio capace…”
  • “Sei un bambino cattivo!”
  • “Sei sempre l’ultimo!”
  • “Stai fuori così impari!”
  • “Il più bravo della classe (del gruppo, della squadra…) è…”
  • “Stai zitto quando parlo io!”
  • “Non fai mai quello che ti dico!”
  • “Lo fai apposta per farmi arrabbiare!”
  • “Se non lo fai non ti voglio più bene”
  • “Se mi vuoi bene fai come dico”…

Come vi fanno sentire?

I bambini sentono spesso frasi come queste, in casa e fuori. Commenti come questi minano l’autostima dei bambini, la loro fiducia nei grandi e negli altri, generano competitività e frustrazione, non insegnano ad amare…Ma allora, siamo davvero sicuri che tutti sappiano educare?


L’etimologia della parola educare (lat. ex- duco: portare fuori, portare alla luce) ne rivela l’autentico significato: non si tratta di imporre, indurre, comandare, essere severi, autoritari, distaccati, acculturati… Si tratta dell’arte di far emergere la parte migliore di un altro essere umano, solitamente più giovane e meno esperto di noi.

Vista in questo dimensione, l’educazione è un’arte che richiede abilità specifiche. Presuppone infatti precise capacità relazionali: autocontrollo, autostima, equilibrio, buona comunicazione…In tal senso, non tutti ne sono predisposti in maniera spontanea, ma è una capacità che si può (si deve…) apprendere; in cui conta il talento, come per tutte le arti, ma, nella stessa misura, conta anche la motivazione profonda, che può permettere di superare le difficoltà dei primi tempi. Si tratta inoltre di un’arte che, se bene e regolarmente esercitata, ci mette profondamente in discussione. Forse proprio per questo è più facile che gli adulti diano per scontato di essere buoni educatori, invece di chiedersi se sia davvero così, correndo magari il rischio di dover fare qualche sforzo per cambiare.


Le frasi riportate sopra sono dunque esempi di cattiva educazione. Credo non sia difficile notare come siano anche esempi di cattiva comunicazione, perché le due abilità sono sempre strettamente connesse.


La comunicazione infatti è la base dell’abilità educativa: saper educare vuol dire saper comunicare efficacemente. Parlando di educazione è quindi indispensabile aprire un capitolo dal titolo “comunicazione efficace”.



Serena Bassi, mamma di due bambine nate con parto naturale, è psicologa, Tutore Prenatale, insegnante di Reiki e Presidente dell'Associazione "Terra di Mezzo" che si occupa di benessere e crescita umana.

www.associazioneterradimezzo.it



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