SOCIETÀ E ISTITUZIONI


IDENTITÀ E STATUTO
DELL’EMBRIONE UMANO


Comitato Nazionale per la Bioetica
22 giugno 1996


PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
DIPARTIMENTO PER L’INFORMAZIONE E L’EDITORIA


SOMMARIO
Presentazione
Identità e statuto dell’embrione umano (approvato all’unanimità il
22 giugno 1996)
Note
Dichiarazione suppletiva di alcuni membri del CNB 0
Precisazioni di alcuni membri del CNB (Proff. Alberto Piazza,
Sergio Stammati et alii)
Postilla (Prof. Luigi Frati)
Dichiarazione (Prof. Paolo Cattorini)


PRESENTAZIONE
La possibilità di creare in vitro embrioni umani, congelarli, sottoporli a
interventi manipolatori (per fini scientifici, terapeutici o eugenetici), impiantarli
in un utero femminile a fini procreativi, costituisce uno dei capitoli più
controversi all’interno della discussione bioetica. Il CNB, fin dalla sua istituzione,
ha ritenuto indispensabile riflettere rigorosamente su questo insieme di
tematiche per offrire alle istituzioni e alla pubblica opinione criteri di giudizio
e di valutazione etica, anche al fine (che sembra ormai improcrastinabile) di
elaborare in materia una legislazione sapiente, rispettosa sia delle esigenze
della ricerca scientifica, che della dignità di tutti i soggetti coinvolti. Peraltro,
per quanto consapevole dell’urgenza della questione, il Comitato non si è mosso
affrettatamente: ha ufficialmente istituito un gruppo di lavoro in materia solo
dopo che la riflessione sulle questioni bioetiche concernenti la fecondazione
assistita era sostanzialmente conclusa. Il gruppo inizialmente è stato diretto
da Giovanni Berlinguer; successivamente, nel gennaio del 1995, è stato affidato
a Evandro Agazzi; di esso han fatto originariamente parte i Proff. Benciolini,
Cappelletti, Chieffi, Coghi, Danesino, De Carli, De Cecco, Fiori, Gaddini,
Isidori, Leocata, Palumbo, Piazza, Romanini, Sgreccia, Stammati. Con il
gruppo di lavoro hanno successivamente collaborato i Proff. Bompiani, Cattorini,
Donati, Loreti Beghè, Nordio, Mathieu, Rossi Sciumè. Nel gruppo di
lavoro si è fatta subito strada la convinzione che qualunque discussione bioetica
che coinvolgesse l’embrione dovesse preliminarmente prendere le mosse da una
adeguata risposta alla domanda sulla natura dell’embrione. Una domanda
quindi, per usare un termine impegnativo ma ineludibile, ontologica, avendo
per oggetto la ricerca di una definizione di un’essenza; una domanda radicale,
per rispondere alla quale si è reso indispensabile l’apporto della biologia, ma
che non poteva ridursi a una mera domanda biologica, perché non poneva in
questione ciò che la biologia percepisce e definisce — con i propri criteri
metodologici interni — come embrione, ma ciò che quell’ “oggetto” che la
biologia studia e definisce come embrione è in se stesso. Insomma, mai come
durante la riflessione sull’embrione, è apparso evidente ai membri del Comitato
che la bioetica presuppone (almeno in questo caso, ma si potrebbe dire ancora
più esattamente in tutti i casi) una bio-ontologia.
Il gruppo di lavoro si è attivato nel febbraio del 1995 e alla fine di
novembre dello stesso anno ha ritenuto esaurito il proprio lavoro istruttorio.

Dal gruppo è emersa una indicazione importante, che il CNB, nella sua
composizione plenaria, ha accolto (anche se non sono mancate in alcuni membri
giustificate perplessità): ha deciso di dare al documento in elaborazione un
carattere denso e soprattutto sintetico, di incentrarlo esclusivamente sulla
questione ontologica e di rimandare a ulteriori documenti, che saranno dati al
più presto alle stampe, l’ approfondimento sia delle questioni giuridiche in tema
di tutela dell’embrione che delle numerose questioni etiche di carattere casistico.
Dopo numerose sedute plenarie (dal 14 dicembre 1995 al 22 giugno
1996), nelle quali la continua presenza e la vigile sensibilità di Agazzi
hanno consentito al Comitato di superare numerose possibilità di stallo
dialettico, il documento è stato approvato all’unanimità il 22 giugno 1996.
Il lettore attento osserverà che questa unanimità è stata conquistata
pagando un prezzo: quello di registrare all’interno del documento su alcuni
punti particolari e spinosi delle divergenze di opinione che si sono manifestate
in seno al CNB e il cui componimento si è rivelato non solo impossibile, ma
soprattutto inopportuno. Questo non significa affatto però, malgrado le
apparenze, che l’unanimità raggiunta dal CNB non sia stata autentica o che
sia stata in qualche modo incrinata dalle dichiarazioni suppletive che accompagnano
il documento e nelle quali si esplicitano adeguatamente le divergenze
di valutazione registrate nel documento principale con la doverosa sinteticità.
L’ unanimità nel CNB è stata reale per quel che riguarda i profili essenziali
della questione: il voto unanime che sigla il documento testimonia che ogni
sua riga è stata letta, meditata, discussa da tutti i membri del CNB e che
anche le opinioni dissenzienti sono passate attraverso un comune filtro di
riflessione bioetica. Ma è stata reale anche sotto un altro profilo, perché le
differenze di opinione presenti nel documento presuppongono una base comune
di pensiero di cui non si potrà mai sottolineare abbastanza la rilevanza.
L’embrione è uno di noi: questa frase, talmente semplice da suonare per
alcuni irritante, esplicita bene l’atteggiamento bioetico fondamentale che
emerge dal nostro testo: il senso del limite al nostro possibile operare tecnologico.
È vero: nel CNB si sono manifestate diverse opinioni sul come trattare
gli embrioni prima che le loro cellule perdano la totipotenzialità. Ma anche
coloro, tra i membri del CNB, che hanno aderito alle prospettive più “possibiliste”
condividono comunque l’idea che gli embrioni non sono mero materiale
biologico, meri insiemi di cellule: sono segno di una presenza umana,
che merita rispetto e tutela. Su questo punto, che è in definitiva quello
bioeticamente essenziale, il CNB è stato unanime; ed è per questo che nessuna
divergenza di opinione tra i membri del CNB può rendere meno rilevante il
loro accordo bioetico di principio.
Roma, 22 giugno 1996 Il Presidente
Francesco D’Agostino

IDENTITÀ E STATUTO DELL’EMBRIONE UMANO
1. Motivazione e senso della questione
Quella che viene usualmente denominata la questione dello “statuto ontologico
dell’embrione umano” è scaturita essenzialmente dal fatto che determinate
pratiche biomediche (in particolare nel campo della procreazione assistita
e di certi progetti di ricerca sperimentale), anche quando si prefiggono fini
leciti, possono comportare, a livello di mezzi o di conseguenze, il danneggiamento
o la soppressione di embrioni umani. Proprio questa circostanza ha
indotto a chiedersi se tali pratiche siano moralmente lecite.
Trattandosi di un interrogativo morale, esso prende senso nel contesto
dei principi e delle norme morali oggi accettati o discussi. Fra questi figura,
come principio etico universalmente condiviso (anche se variamente fondato e
precisato), che esista il dovere di non nuocere ad individui umani e, a maggior
ragione, di non sopprimerli. Ora, il problema della liceità delle suddette
pratiche concerne (almeno principalmente) la correttezza di applicare tale
principio, per l’appunto, al caso degli embrioni. In sostanza, la domanda di
liceità (piano prescrittivo) ne fa nascere una di tipo conoscitivo (o descrittivo),
a titolo preliminare: “l’embrione umano è un individuo umano”?
1.1 La risposta richiede in primo luogo una definizione che consenta
semplicemente di identificare fattualmente l’embrione e che, d’altro canto,
non sia tale da contenere in sé, surrettiziamente, una risposta implicita a
tale domanda per il puro e semplice gioco dei significati dei termini. Una
definizione di tal tipo, che ricorre con frequenza nella letteratura specifica,
è la seguente: “l’embrione è il prodotto del concepimento nelle sue fasi
iniziali ”. Essa non si pronuncia circa la natura dell’embrione, e anche
quando venga arricchita da una dettagliata descrizione di tipo biologico di
tali fasi iniziali, non fornisce ancora la risposta richiesta. Neppure quando
si precisi che si tratta di embrione umano: infatti nessuno di coloro che
sollevano la questione dello statuto ontologico dell’embrione umano nega
che esso sia, per l’appunto, umano, almeno in un senso molto generale.
Bisogna quindi concludere che il senso preciso della questione è esprimibile
piuttosto in una domanda di questo tipo: “l’embrione umano è un individuo
umano a pieno titolo”?

1.2 Questa formulazione può dar l’impressione di ammettere una discriminazione
fra gli esseri umani (alcuni sono umani a pieno titolo, altri
no), il che contrasta con quella “religione civile” cui la coscienza morale
moderna dichiara di aderire, e che afferma fra i suoi principi più alti proprio
quello della eguale dignità e non discriminazione fra gli esseri umani. Per
tale ragione, l’espressione “individuo umano a pieno titolo” non viene di
fatto impiegata nelle discussioni sullo statuto dell’embrione, e al suo posto
si utilizza molto spesso la nozione di persona. La ragione di questa scelta
risiede nel fatto che, per molte teorie etiche anche contemporanee, la
persona riveste un valore morale elevatissimo, o addirittura assoluto, cosicché,
ad esempio, non pochi di coloro che sostengono il dovere morale di
una tutela incondizionata dell’embrione sin dalla fecondazione basano la
loro tesi sull’affermazione che l’embrione umano è persona sin dalla fecondazione,
mentre coloro che negano tale dovere di tutela incondizionata lo
fanno molto spesso sostenendo che l’embrione umano non è persona sin
dalla fecondazione, ma acquisisce tale statuto solo in tempi successivi. Va
per altro segnalato che autori di estrazione non specificamente filosofica
preferiscono affrontare le questioni bioetiche relative all’embrione senza far
ricorso esplicitamente alla nozione di persona, ritenuta per un verso troppo
tecnica in senso filosofico e, per altro verso, troppo controversa in seno
alla stessa filosofia. A ciò si aggiunge anche il fatto che il concetto di
persona ha un significato tecnico specifico in campo giuridico, significato
che solo parzialmente collima con quello filosofico, cosicché, quando si
debba procedere ad indicazioni normative, bisogna operare distinzioni abbastanza
delicate.
Pur consapevole di tali circostanze — e in particolare anche del fatto
che l’attribuzione all’embrione dello statuto ontologico di persona non
costituisce una condizione imprescindibile e risolutiva per affrontare i
problemi bioetici sopra accennati — il Comitato ha dedicato a tale problema
filosofico una riflessione approfondita, per due ragioni fondamentali: perché
è difficilmente negabile che la forza dell’obbligazione morale al rispetto e
alla tutela dell’embrione varia sensibilmente a seconda che ad esso si
riconosca o meno la caratteristica di essere una persona, e perché di fatto
il dibattito sui diritti alla tutela riconoscibili all’embrione umano si concentra
assai spesso, nella letteratura in argomento, sulla questione del suo
essere o meno persona.
2. Uomo e persona
2.1 Il concetto di persona è stato variamente inteso ed elaborato nella
storia del pensiero filosofico. Inoltre (come si è ricordato) esso ha un significato
tecnico particolare nel linguaggio giuridico. Pur essendo consapevole dei rapporti
sussistenti fra i due piani di considerazione, il Comitato non ha ritenuto
(in questa fase dello studio della questione) che rientrasse nei suoi compiti
approfondire le questioni giuridiche connesse alla tutela dell’embrione, dando
per scontato che le conclusioni da esso raggiunte (di natura specificamente
etica) debbano ricevere un’ulteriore specifica elaborazione per tradursi in
concrete indicazioni di normativa legale.
2.2 Ai fini del nostro problema, le diverse concezioni della persona oggi
presenti possono essere raggruppate in due tipologie fondamentali. La prima
rappresenta uno sviluppo della concezione “classica”, secondo cui la persona è
“una sostanza individuale di natura razionale” 1, ossia un individuo concreto
dotato di una certa natura ontologica, la quale si manifesta in una serie di
capacità, attività e funzioni (che si possono senza dubbio considerare come
caratterizzanti della razionalità), ma non è riducibile ad esse. Pertanto un certo
individuo concreto può possedere la natura razionale (ed essere con ciò stesso
persona) anche senza manifestare tutte, sempre e nel grado massimo dette
note caratteristiche.
Secondo una diversa concezione, elaborata particolarmente da alcuni autori
moderni, quello di persona è invece un concetto, definito da un certo insieme
di proprietà o funzioni (come la capacità di riflessione, di autocoscienza, di
autodeterminazione, di comunicazione intersoggettiva, di rappresentazione simbolica).
Come tutti i concetti, esso determina in astratto una classe di enti i
quali, indipendentemente dalla loro natura ontologica, possono essere dichiarati
persone — in base alla definizione di persona così stipulata — purché siano
capaci di esercitare le funzioni descritte nella stipulazione. Dal momento che
un dato essere può esercitare le funzioni a cui viene ridotta la persona in
quantità variabile e in gradi diversi, ne segue che si può essere più o meno
persona, che si può diventarlo o cessare di esserlo, e che, mentre è possibile
che certi esseri umani non siano persone, possono esserlo invece (sia pure in
misura ridotta) vari animali. Al limite, perfino degli artefatti (come i robots)
potrebbero esser considerati persone se, un giorno, riuscissero ad esibire
comportamenti del tipo di quelli elencati nella definizione di persona 2.
2.3 Entrambe le concezioni sono state oggetto di analisi e discussione. Il
Comitato ha ritenuto di non poter accogliere la seconda di esse perché reintroduce
di fatto, surrettiziamente, la legittimità di una discriminazione fra gli esseri
umani, sulla base del possesso di certe capacità o funzioni. Anche se, almeno
apparentemente, si tratta delle capacità più alte e caratterizzanti della natura
umana, resta pur sempre vero che la natura umana non si riduce ad esse, e che
gli esseri umani verrebbero quindi discriminati non sulla base di ciò che sono,
ma di ciò che hanno o possono fare, secondo un catalogo di requisiti non solo,
di fatto, non univocamente individuati, ma anche aperto all’arbitrio.
Si è riconosciuto quindi che l’esser persona, in senso ontologico, è una
semplice conseguenza del possedere la natura razionale e che, essendo la
razionalità un requisito di cui gode la natura umana, il semplice possesso della
natura umana implica per ogni individuo umano il fatto di esser persona,
anche se determinate caratteristiche più complesse di questa natura razionale
possono manifestarsi soltanto dopo un processo evolutivo adeguato, essere più
o meno ampiamente impedite da circostanze accidentali, e in certi casi addirittura
attenuarsi o scomparire 3.
2.4 Nel contesto delle discussioni filosofiche, il rispetto dovuto agli esseri
umani viene assai spesso fondato sulla particolare dignità che spetta alla
persona, in nome dell’elevatezza della sua natura, o di particolari funzioni di
cui essa è capace. Tuttavia è pure diffusa — e presente anche in seno al
Comitato — la convinzione che il dovere del rispetto nei confronti degli esseri
umani risulti sufficientemente motivato anche senza ricorrere a un concetto
tanto complesso e controverso come quello filosofico di persona. Sarebbe
sufficiente, ad esempio, considerare l’uomo come il prodotto di una lunga
evoluzione biologica e culturale, che lo ha posto al centro del nostro pianeta e
gli ha permesso di modificare a suo profitto — nel bene e nel male — il
territorio, conferendogli in tal modo, di fatto, una posizione di particolare
rilievo. Chi dà la preferenza a questo atteggiamento intellettuale sottolinea che
quanto importa, in realtà, ai fini etici è stabilire se l’embrione ha diritto ad
essere trattato come una persona, ossia nel modo con cui noi conveniamo
debbano esser trattati quegli esseri della nostra specie sul cui stato di “persone”
(assumendo il termine nel suo significato comune) non vi sono dubbi.
2.5 Come risultato delle considerazioni sopra illustrate è emerso in seno
al Comitato che — sia che ci si voglia riferire alla concezione filosofica di
persona delineata al punto 2.3, sia che si preferisca adottare il punto di vista
filosoficamente più sfumato espresso al punto 2.4 — la questione in esame
può essere espressa in modo più neutro nella domanda: “l’embrione umano è
o non è un individuo dotato di natura umana”? Nonostante le apparenze, non
si tratta di una domanda futile, quando si esaminino attentamente i concetti
che in essa compaiono. Infatti tale domanda viene talora posta — nella letteratura
in argomento — relativamente ai primi stadi dello sviluppo embrionale,
quando è possibile pensare che l’embrione, per quanto qualificabile come
“umano” in quanto organismo appartenente alla specie Homo sapiens, non
possa dirsi ancora dotato di natura compiutamente umana. Vari autori, inoltre,
affermano che in questa fase l’embrione non è dotato di una individualità, nel
senso di costituire un individuo umano già determinato nella sua identità. Il
Comitato ha proceduto pertanto ad analizzare separatamente tali due questioni.
3. La natura compiutamente umana dell’embrione
3.1 La questione filosofica
Che l’embrione possa non possedere ancora una natura pienamente umana
è tesi filosofica non nuova. Essa è infatti nota come teoria della cosiddetta
“animazione successiva”, sostenuta da vari autori nel corso della storia dell’antropologia
filosofica: essa si basa sul presupposto che un certo grado di
preparazione della “materia” biologica debba esser raggiunto, affinché possa
in essa installarsi la “forma” che caratterizza la natura razionale dell’individuo
umano. Questa concezione, oltre a basarsi su un certo modello dell’embriogenesi
oggi scientificamente superato, tendeva anche a soddisfare determinate preoccupazioni
metafisiche e teologiche, che non fanno più parte del quadro di
intelligibilità oggi adottato. Risulta pertanto più ragionevole ammettere che un
individuo si costituisca con la sua natura e permanga in essa durante tutto il
tempo in cui conserva la sua identità individuale (piuttosto che pensare che
esso possa “mutare natura” nel corso del suo sviluppo). Ciò permette, in
particolare, di scegliere anche una sola (o poche) delle caratteristiche distintive
di una tale natura, quali tratti identificatori, che consentano di attribuire
detta natura ad un dato ente, anche se questo non esibisse (o non esibisse
ancora) molte altre caratteristiche magari più “qualificanti” di tale natura.
3.2 Il contributo delle conoscenze biologiche alla soluzione del problema
della natura dell’embrione
Mentre in passato le caratteristiche “visibili” che permettono di distinguere
un essere umano da esseri non umani erano di carattere morfo-funzionale (e
quindi non manifeste sin dall’inizio dello sviluppo embrionale), oggi la genetica
consente di assumere il DNA come depositario di quelle caratteristiche che
accompagnano ogni vivente dal primo all’ultimo istante della sua storia. Per
quanto ci interessa, ogni embrione derivato dalla fusione di gameti umani
possiede sin dalla fase della sua costituzione zigotica un DNA che contiene
sequenze specificamente umane. Questi sono dati biologici non controversi,
che permettono di attribuire all’embrione una natura umana sin dalla fecondazione,
anche perché il DNA è portatore di un programma di sviluppo che
(se l’embrione si sarà regolarmente impiantato nell’utero materno) condurrà
alla formazione di un individuo umano completo, o eccezionalmente di più
individui umani (in altri termini, lo sviluppo è endogeno e non potrebbe
condurre ad esiti diversi).
4. Il problema dell’individualità dell’embrione
4.1 La questione della individualità dell’embrione è assai complessa a
causa della polisemia del termine “individualità”. Questa non può venir
chiarita semplicemente utilizzando la definizione filosofica standard di “individuo”:
un ente dotato di unità intrinseca (indivisum in se) e distinto da
qualunque altro ente (divisum a quolibet alio). Infatti, in base a tale
definizione, una generica cellula umana isolata va correttamente riconosciuta
come un individuo, e non si può neppure negare che possegga una natura
umana. Tuttavia nessuno direbbe che tale cellula è un “individuo umano”
(ma si userà piuttosto l’espressione “individualità cellulare”). Analogamente,
ciascuno dei gameti, maschile e femminile, è un ente individuale (in quanto
gamete), ma non certamente un individuo umano. Nel caso della cellula
uovo fecondata (nella quale esistono potenzialità di sviluppo e differenziazione
assenti in altre cellule, gameti compresi) può invece porsi sensatamente
la domanda se tale “individualità” possa essere affermata come
quella di un “individuo umano ”. La risposta diretta a questa domanda è
molto controversa e difficile. Infatti il passaggio dai gameti allo zigote è
già esso stesso non istantaneo, come avviene del resto in linea generale
nei processi biologici, nei quali è non solo difficile, ma in un certo
senso impossibile, individuare l’esatto istante in cui si verifica una
transizione complessa. Per chi ritiene l’embrione precoce un individuo
umano, la transizione dai gameti allo zigote costituisce un evento precocissimo
che già significa la costituzione di un nuovo essere individualmente
determinato, che poi si svilupperà senza discontinuità. Per chi
non ritiene che esso già sia un individuo umano, tale trasformazione è
solo la prima di una serie di modificazioni, lungo la quale si verificano
altri eventi che possono esser ritenuti particolarmente significativi ai
fini della determinazione dell’individualità dell’embrione in quanto “individuo
umano”, poiché solo questi condurrebbero alla compiuta determinazione
individuale dell’embrione.
4.2 I dati biologici più significativi ai fini della discussione sull’individualità
dell’embrione
Le fasi dello sviluppo embrionale sono analiticamente esposte in un
documento di lavoro, precedentemente discusso dal Comitato, di cui questa
esposizione conclusiva contiene la sintesi 4. In questo sono stati riportati
23 stadi che, nell’arco di 56 giorni dal momento della fecondazione, definiscono
la cronologia dello sviluppo embrionale (al 57º giorno inizia il
periodo fetale). Momenti rilevanti di tale cronologia possono considerarsi
i seguenti:
– durante lo stadio 1, nel primo giorno della fecondazione, i due genomi
(patrimoni genetici codificati nelle sequenze del DNA contenuto nei cromosomi)
dei genitori, già in comune nel citoplasma dal momento della fecondazione, si
associano per formare lo zigote;
– durante lo stadio 2 (2º e 3º giorno) avvengono le prime divisioni
mitotiche dello zigote e la formazione della morula (2-16 cellule) ed inizia
l’attività di trascrizione dell’informazione genetica contenuta nello zigote, che
esprime i caratteri specifici dell’individuo;
– durante lo stadio 3 (4º e 5º giorno) si forma la blastocisti (da 64
cellule): le cellule derivate dallo zigote, che fino a questo momento sono
“totipotenti”, ovvero possono esprimere ognuna il programma genetico completo
di un individuo umano, da questo stadio perdono tale proprietà, nel
senso che solo una loro integrazione può esprimere tale programma;
– durante lo stadio 4 (6º giorno) la blastocisti incomincia ad impiantarsi
nella parete uterina e si consolidano a livello cellulare le interazioni tra em-
brione ed organismo materno, già presenti a livello biochimico-endocrinologico
nell’ambiente tubarico;
– gli stadi 5 (dal 7º al 12º giorno) e 6 (dal 13º al 15º giorno) definiscono
processi biologici molto significativi: da una parte l’impianto della blastocisti
giunge a completamento e si distinguono nettamente la componente embrionaria
da quella extraembrionaria, che darà luogo alla formazione delle membrane
(placenta, amnios, sacco vitellino, cordone ombelicale); dall’altra, compare (il
14º-15º giorno) la linea o stria primitiva che permette di identificare l’asse
cranio-caudale, le estremità, le superfici dorsale e ventrale, la simmetria destro-
sinistra, in altre parole il piano costruttivo dell’embrione. La comparsa
della linea primitiva segna il limite superiore per la suddivisione gemellare,
limite non valicabile se non in casi patologici estremamente rari (come quelli
dei gemelli siamesi o del gemello “parassita”). La presenza di una o più linee
primitive indica quindi lo sviluppo, già determinato, di un singolo o di più
individui geneticamente identici. I dati dell’embriogenesi per i vari tipi di
gemelli monozigotici (bicoriali biamniotici, monocoriali biamniotici e monocoriali
monoamniotici) suggeriscono infatti che i precursori cellulari della linea
primitiva, come struttura morfologicamente rilevabile, si differenziano in una
fase precedente a quella in cui si visualizza il processo, fase corrispondente,
per l’evento più tardivo, all’8º-9º giorno 5. Pertanto il momento di non ritorno
per la formazione di gemelli multipli dovrebbe essere anticipato rispetto alle
stime comunemente riportate, che si basano sulle evidenze morfologiche;
– lo stadio 8 (18º giorno) caratterizza la comparsa della placca neurale,
da cui origineranno le strutture del sistema nervoso, centrale e periferico.
Le informazioni precedenti permettono di affermare che:
a) ogni individuo ha un genoma diverso da quello di un altro, se
questo altro non è un suo gemello monozigote; quindi può essere identificato
sicuramente come appartenente alla specie umana e ne è garantita l’identità
genetica fin dal momento della fecondazione. Tuttavia identità genetica ed
identità individuale non sono condizioni necessariamente sovrapponibili. Infatti
due individui distinti possono condividere lo stesso patrimonio genetico (come
i gemelli monozigoti), e lo stesso individuo può essere formato da cellule
geneticamente diverse (come un organismo chimerico).
b) lo sviluppo dell’embrione umano avviene in modo continuo ed
orientato, secondo un programma contenuto interamente nel suo DNA, espresso
in modo regolato, e modulato anche dall’ambiente di sviluppo, attraverso
meccanismi di induzione/repressione basati su interazioni molecolari che non
sono ancora adeguatamente conosciute.
4.3 Per queste ragioni la cronologia dello sviluppo embrionale riassunta in
precedenza, non offrendo una risposta immediata e diretta al problema del
momento in cui si determina l’identità individuale umana, ha dato luogo a
diverse interpretazioni di tale cronologia, presenti nell’abbondante letteratura in
argomento. Queste si possono ricondurre a due linee di pensiero fondamentali.

a) Origine immediata della vita personale
Secondo una linea di pensiero, l’inizio della vita umana pienamente individuale
si colloca all’atto della fecondazione. A sostegno di questa tesi vengono
addotti (in sintesi) i seguenti argomenti: già al primo stadio dello sviluppo
embrionale sono presenti tutte le informazioni genetiche in grado di portare a
termine il programma di sviluppo della persona; tale programma di sviluppo è
caratterizzato da tre proprietà biologiche importanti: la coordinazione dei vari
geni strutturali e di regolazione; la continuità nella formazione dell’organismo;
la gradualità di un progetto individuale unico che passa da struttura più
semplice a struttura più complessa 6.
b) Origine successiva della vita personale
Una linea di pensiero diversa dalla precedente rielabora anch’essa le
informazioni biologiche sopra riportate per affermare che l’embrione, in un
periodo iniziale dello sviluppo, non è in possesso delle caratteristiche che ne
fanno una persona. Tale periodo è differentemente definito a seconda della
caratteristica (o delle caratteristiche) assunte come definitorie della persona:
(i) dalla fecondazione all’inizio dell’impianto (6 giorni), periodo in cui
le cellule sono sicuramente totipotenti, ovvero in grado di generare ognuna un
individuo distinto 7;
(ii) dalla fecondazione al termine dell’impianto e alla comparsa della
stria primitiva (14 giorni), periodo che conduce alla formazione del piano
costruttivo dell’embrione e alla prima e ancor rudimentale organizzazione di
un sistema nervoso centrale 8 ; detto periodo dovrebbe per altro considerarsi
concluso entro l’8º-9º giorno se, in luogo del criterio morfologico rappresentato
dalla comparsa della stria primitiva, si tien conto di quello della differenziazione
cellulare, come rilevato al punto 4.2;
(iii) dalla fecondazione al 18º giorno, periodo al termine del quale
compare la placca neurale e, con essa, il primo abbozzo delle strutture
cerebrali e nervose che, una volta sviluppatesi, possono controllare la
sensibilità al dolore 9.
La posizione (iii) è assunta da coloro che sottolineano per l’esistenza della
persona, oltre al requisito dell’identità individuale, anche la necessità della
presenza di una natura razionale e ritengono che l’embrione non possegga tale
natura se non a partire dal momento in cui sussistono le condizioni anatomo-
fisiologiche minimali per l’esercizio della razionalità, ossia i primi abbozzi
del sistema nervoso. Tale obiezione non è ritenuta valida da coloro che distinguono
il possesso di una data natura dalla possibilità di esercitare le funzioni
di cui essa è dotata, possibilità che può benissimo richiedere un tempo di
maturazione per la formazione delle rispettive condizioni anatomo-fisiologiche.
Le posizioni (i) e (ii) riguardano invece il problema dell’identità individuale e
la rilevanza che può avere, in proposito, la caratteristica della totipotenzialità
(di ogni singola cellula, o di gruppi di cellule), nonché dell’impossibilità del
costituirsi di gemelli monozigoti.


Fino ad un tempo T, successivo alla fecondazione, le cellule derivanti
dalle successive divisioni dello zigote, pur essendo raggruppate e interconnesse
in una certa unità biologica, sono totipotenti, col che si intende designare il
fatto che ciascuna di esse (in una prima fase) o gruppi di esse (successivamente)
possono dar luogo, per successive specializzazioni, a un qualsiasi organo o
tessuto embrionale o non embrionale, e addirittura allo sviluppo di un individuo
umano completo. Ciò accade spontaneamente in una percentuale molto bassa
di casi (gemelli monozigoti), ma può essere ottenuto anche artificialmente.
Simmetricamente, in tale intervallo di tempo è possibile ottenere, per fusione
di due morule di cellule totipotenti, una sola morula capace di proseguire
poi il normale sviluppo e di dar luogo ad un solo individuo. Decorso il
tempo T, viceversa, la totipotenza delle cellule (intesa nei due sensi sopra
precisati) scompare, e l’individuo (o gli individui) che si sono formati conservano
la loro identità, nel senso di non poter più suddividersi in altri
individui, né compattarsi con essi. Ecco perché l’identità individuale dell’embrione
dovrebbe essere asserita soltanto a partire dal momento del raggiungimento
di tale irreversibilità.
4.4 Individualità e identità individuale
Come risulta dall’esame delle argomentazioni qui riassunte, il problema
messo a fuoco in questa seconda linea di pensiero non è tanto quello della
semplice individualità, quanto quello, più complesso, dell’identità individuale,
caratteristica che viene affermata anche nella definizione classica di persona,
quando si richiede che essa sia una sostanza individuale, ossia un individuo
che permane lui e nient’altro che lui durante tutto il tempo della sua esistenza.
Questa è la ragione per cui si ricerca un criterio per appurare tale identità.
Un criterio oggi ritenuto particolarmente adeguato per appurare l’identità
individuale è quello della reidentificazione: di fronte ad un adulto è pacifico
ammettere che si tratti di un ben preciso individuo umano, e non è difficile
dire che “era ancora lui” al momento della nascita, e così pure alcuni mesi
prima della nascita: la sua “identità individuale” viene (idealmente) garantita
da questa possibilità, sia pure solo teorica, di reidentificazione 10. Fin dove si
può regredire in base a tale criterio? Forse fino al momento in cui si costituisce
il suo DNA? E’ difficile sostenerlo, poiché mentre è vero che ogni individuo
vivente possiede durante tutta la sua esistenza il medesimo DNA (per lo meno
nella composizione dei suoi elementi chimici), non è vero che un certo DNA
sia posseduto esclusivamente da un unico individuo. Infatti i gemelli monozigoti
possiedono (per quanto possa essere determinato con le tecniche attualmente
disponibili) il medesimo DNA, pur essendo individualmente distinti. Ma anche
prescindendo dal caso della gemellarità monozigotica, la probabilità di trovare
due individui geneticamente identici non è nulla. Quindi l’identità genetica
(come del resto si è già riconosciuto in precedenza) non coincide con l’identità
individuale: ne costituisce una condizione necessaria, ma non sufficiente.
L’unico punto certo sino al quale si può regredire è quello in cui non è più
possibile né far emergere la sua individualità da quella di qualcosa che “non
era lui” (perché poteva uscirne anche un suo gemello monozigote), e neppure
farla confluire in qualcosa che “non è più lui” (in quanto sarebbe simultaneamente
anche “un altro” fuso con lui) 11.
Gli autori che affermano la costituzione dell’individualità personale (e
quindi della relativa identità) sin dalla fecondazione hanno proposto alcuni
“modelli biologici” al fine di far fronte alle obiezioni sopra accennate. In
particolare, essi affermano che il fatto che lo zigote abbia la possibilità di
svilupparsi in uno o più individui geneticamente identici può essere interpretato
alla luce delle conoscenze sui processi di riproduzione agamica per scissione o
per gemmazione, che si osservano in organismi animali e vegetali unicellulari e
pluricellulari. Ciò implicherebbe, in caso di gemellarità, il riconoscimento a
ciascuno dei gemelli di una piena natura umana individuale fin dal loro
costituirsi. Nel modello della gemmazione, questo loro costituirsi andrebbe
ricondotto a tempi diversi: il primo dei due gemelli acquisirebbe la sua
definitiva identità nel momento stesso della fecondazione, e l’altro nel momento,
invece, della suddivisione gemellare. Nel modello della scissione l’individuo
iniziale, identificabile nello zigote, esaurirebbe il suo ciclo vitale dopo poche
generazioni cellulari, quando, per un processo simmetrico di separazione di
singole cellule o di gruppi di cellule, si formano nuovi individui. Naturalmente,
i due modelli possono essere adattati anche alla gemellarità multipla.
Analogamente, la fusione di due embrioni precoci, costituiti da cellule
totipotenti, che porterebbe alla formazione di un singolo embrione, capace di
svilupparsi in un solo individuo, può essere interpretata come il completamento
di uno oppure di due cicli vitali individuali. Nel primo caso si manterrebbe
una individualità già sussistente, con la quale una seconda individualità si
verrebbe a fondere; nel secondo si costituirebbe una nuova individualità in
seguito alla fusione di due individualità preesistenti 12.
Simili interpretazioni consistono nella proposta di modelli che, pur non
essendo basati su prove empiriche dirette, sono logicamente non contraddittori
e biologicamente plausibili, in quanto basati su analogie con caratteristiche
note per i cicli vitali di diversi organismi, nei quali la riproduzione asessuata o
è la regola o si alterna con quella sessuata. La produzione di embrioni umani
multipli, per un processo simmetrico di scissioni, ha avuto recentemente una
verifica sperimentale 13.
5. Conclusioni circa lo statuto ontologico dell’embrione
Con quanto sopra esposto si può considerare compiuta l’analisi del problema
dello statuto ontologico dell’embrione umano, analisi che si è basata
sulle risultanze della ricerca biologica, interpretandole alla luce delle categorie
filosofiche pertinenti. Le conclusioni unanimemente raggiunte sono le seguenti:
5.1 nessuna proposta ontologica colloca l’embrione sul piano delle cose,
dal momento che la sua stessa natura materiale e biologica lo colloca fra gli
esseri appartenenti alla specie umana;
5.2 al prodotto del concepimento viene riconosciuto lo statuto di individuo
per lo meno a partire dal momento, precedente la comparsa della linea primitiva,
in cui viene irreversibilmente perduta la capacità di suddivisione in due o
più embrioni, o di ricostituzione di un singolo embrione, in seguito alla fusione
di due embrioni;
5.3 prima di tale stadio, il possesso di un’identità individuale da parte
dell’embrione è — allo stato attuale della ricerca scientifica — questione
controversa, pur essendo innegabile che esso ha lo statuto ontologico di una
struttura biologica umana specificamente organizzata, nonché specificamente e
autonomamente tesa a dar luogo alla produzione di uno o più individui umani
chiaramente discernibili.
E’ il caso di osservare che la ragione logica di tale controversia può
essere individuata nel fatto che il criterio della reidentificazione, che è stato
utilizzato per discutere del momento in cui si può affermare la presenza
dell’identità individuale, è per l’appunto solo un criterio, ossia una condizione
sufficiente, ma di per sé non necessaria. Ciò significa che l’identità individuale
potrebbe sussistere anche se ci mancano mezzi adeguati per verificarla. Pertanto
l’interpretazione ontologica dei dati biologici finisce col risultare influenzata
dalle opzioni morali dell’interprete, ossia dal modo con cui egli avverte in
coscienza di doversi atteggiare di fronte all’embrione sin dalla fecondazione.
Se egli lo riconosce come un altro individuo umano, non riterrà sufficiente per
contraddire tale suo atteggiamento morale la mancanza di un criterio dirimente
per riconoscergli tale statuto ontologico. Viceversa, se egli non lo riconosce
come individuo umano, la mancanza di tale criterio gli apparirà come un
sostegno al proprio convincimento interno. Questo fatto spiega l’affermazione
già fatta inizialmente (e che verrà ripresa al punto seguente), che la discussione
ontologica, pur essendo molto rilevante rispetto alla problematica etica, non è
esaustiva rispetto ad essa, e ciò spiega pure perché, riguardo al punto controverso,
si sono manifestate anche in seno al Comitato prese di posizione rispecchianti
le tesi fondamentali presenti nel dibattito internazionale e sopra indicate:
(a) prevale in seno al Comitato la tesi secondo cui l’identità personale
dell’embrione sussiste sin dalla fecondazione. Per alcuni, tale identità è affermabile
con certezza; per altri lo è con elevato grado di plausibilità. Sul piano
pratico, gli uni e gli altri ne deducono il dovere di trattare l’embrione come
dotato di identità personale sin dalla fecondazione;
(b) altri membri, considerato il carattere non risolutivo delle analisi
ontologiche, sottolineano che i concetti di sviluppo genetico ed epigenetico, di
continuità evolutiva, che si applicano all’embrione in quanto intrinsecamente
orientato a diventare un essere umano completo, costituiscono difficoltà molto forti
nei confronti della possibilità di pensare a momenti precisi, embriologicamente
definiti, di costituzione dell’identità personale. Ritengono quindi la questione
sostanzialmente indecidibile, ma riconoscono che l’embrione ha il diritto di essere
trattato come una persona, ossia nel modo secondo cui conveniamo debbano essere
trattati gli individui della nostra specie sulla cui natura di persone non vi sono dubbi;
(c) nel Comitato ha trovato eco anche la posizione secondo cui si può
affermare la piena costituzione dell’identità personale dell’embrione umano in
un momento successivo alla formazione dello zigote, indicando come termine
superiore il 14º giorno dalla fecondazione, o quanto meno l’8º giorno.
6. Considerazioni morali
6.1 Le risultanze dell’indagine ontologica, al fine di dar luogo alla determinazione
di obbligazioni morali, devono essere integrate da adeguate considerazioni
assiologiche, ossia dall’attribuzione alle strutture ontologiche evidenziate
di una precisa connotazione di valore, tale da imporre dei doveri alla nostra
responsabilità. Esiste oggi una larga convergenza nel riconoscere alla persona
un valore altissimo, forse addirittura il più alto sul piano morale. Per questa
ragione il Comitato ha esplicitamente aderito al riconoscimento di un valore
morale primario alla persona umana intesa in senso sostanziale, e come tale
riconoscibile in ogni individuo umano in tutte le fasi della sua esistenza. Non
ha ritenuto necessario argomentare questa adesione, trattandosi di un principio
che ha già ricevuto adeguate fondazioni in seno a diverse prospettive etiche. In
base a tale riconoscimento, si deduce il dovere del rispetto e della tutela per
ogni persona umana, il quale si traduce nel favorire il più pieno conseguimento
ed esercizio, da parte di essa, delle capacità e funzioni di cui è dotata. Un
individuo umano può non aver ancora raggiunto, o non essere concretamente
in grado di esercitare, o aver perduto, la capacità di svolgere certe “funzioni”
tipiche della persona, senza che ciò riduca la sua dignità di persona. Semplicemente
egli non avrà il diritto alla tutela di tali funzioni, in quanto assenti.
Nel caso dell’embrione individualizzato, ciò significa che non c’è l’obbligo
morale (né avrebbe del resto alcun senso) di trattarlo “come se” fosse cosciente,
libero, autodeterminato, capace di comunicazione e attività simbolica. Tuttavia
sussiste il dovere intrinseco di tutelarne l’esistenza e l’integrità, rispetto al
quale gli altri doveri risultano semplicemente derivati dalle caratteristiche della
sua natura e dagli effettivi gradi di manifestazione di esse.
6.2 Per quanto le considerazioni di tipo ontologico siano molto importanti
per impostare la questione degli obblighi morali nel trattamento dell’embrione,
esse non costituiscono l’unico fondamento di tali obblighi. In
particolare, la coscienza morale di ciascuno si sente obbligata dalla cosiddetta
“regola aurea” della morale: “non fare agli altri quanto non vorresti fosse
fatto a te”, dove “gli altri” sono intesi essere dei nostri “simili”. Ebbene,
dal momento che ciascuno di noi è stato un embrione — ed è pure passato
attraverso la fase “precoce” del proprio sviluppo embrionale — non si può
non sentire che l’embrione è un nostro simile, e trovare in questo fatto la
ragione sufficiente per adottare un atteggiamento di rispetto e di cura nei
suoi confronti. E ciò indipendentemente dal fatto che ad esso riusciamo ad
applicare le categorie filosofiche (fra l’altro spesso controverse) di persona o
di individualità.

Questo modo di sentire spontaneo esprime la coscienza del fatto che
l’embrione non è un ente di natura qualsiasi, ma un organismo di natura
umana, che dovrebbe — almeno in linea di principio — venire al mondo
come conseguenza di una nostra libera azione: una ragione adeguata, questa,
per affermare che esso impegna la nostra libertà. Esso è intrinsecamente
destinato a svilupparsi sino alla nascita di un nuovo essere umano completo,
nei confronti del quale si instaura (deve instaurarsi) sin dagli inizi la nostra
responsabilità. Questo, a giudizio del Comitato, è l’unico atteggiamento moralmente
corretto che si può assumere nei confronti dell’embrione e che, meglio
di tante sottigliezze e “segmentazioni” ontologiche, ci fa percepire che egli
non è una cosa. Da ciò scaturisce quanto sia aberrante (perché stravolge il
loro senso) il pensiero di produrre embrioni al fine di usarli come materiali di
ricerca, mentre può consentire una valutazione positiva della formazione di
embrioni a fini procreativi, entro un progetto di cura e di amore responsabile,
che può anche comportare certe dimensioni di artificialità. Naturalmente,
restano poi da considerare le questioni bioetiche riguardanti in modo specifico
la procreazione assistita, che non rientrano nello scopo della presente analisi, e
che hanno costituito l’oggetto di un apposito documento.
7. I doveri morali
7.1 Il Comitato ha ritenuto unanimemente che, nei confronti dell’embrione,
la comunità umana abbia dei precisi, forti e stringenti doveri morali di
tutela, e questo in una misura che non dipende necessariamente dagli esiti
della discussione filosofica se l’embrione sia o non sia persona. Diventa pertanto
essenziale individuare questi doveri e stabilirne la tipologia, non dimenticando
che un dovere etico perde molto non della sua imperatività, ma della sua
efficacia, nel momento in cui esso sia definito in modo tale da renderne incerta
l’applicabilità ai comportamenti reali. Questa non è una considerazione di basso
profilo pragmatistico o relativistico, ma risulta dalla riflessione sul fatto che
diversi valori etici ritenuti fondamentali possono, in situazioni concrete, venire
in conflitto tra di loro. La conseguenza è che anche i doveri che incombono
all’uomo, in vista del perseguimento di detti valori, possono entrare in conflitto
e da questo si può uscire soltanto se si accetta che, di volta in volta, il peso
dei doveri in gioco venga differenziato, secondo un giudizio morale in cui si
determini a quale dovere si debba dare la preminenza, e in che misura.
In filosofia morale, questa situazione viene spesso analizzata utilizzando la
distinzione tra doveri assoluti e doveri prima facie (che in lingua italiana potrebbe
esser tradotta come differenza fra doveri inderogabili e derogabili) 14. Si definisce
come assoluto un dovere che deve essere rispettato incondizionatamente, a
prescindere da quali altri valori potrebbero risultarne sacrificati e da quali
conseguenze potrebbero scaturirne. Si definisce come prima facie, invece, un
dovere che obbliga moralmente al suo rispetto (e quindi non è confondibile con
un imperativo ipotetico, il quale richiede di fare una certa cosa se si vuole
perseguire un certo fine, di per sé non moralmente obbligante). Tuttavia tale
obbligo morale, emergente in “prima istanza”, può risultare derogabile se, in una
data situazione concreta, esso entra in conflitto con altri doveri ritenuti moralmente
più vincolanti, e cede il passo a questi. Per esempio, l’imperativo etico “non
uccidere” viene considerato dovere prima facie, anzi che assoluto, nel momento
in cui si ammetta che l’uccisione per legittima difesa è moralmente accettabile.
La distinzione sopra esposta si rivela utile anche nello studio del problema
che ci interessa, dal momento che la determinazione del trattamento moralmente
doveroso nei confronti dell’embrione in date situazioni concrete non si
diversifica soltanto sulla base del fatto che si sia disposti o meno a riconoscere
all’embrione lo statuto di persona, o quanto meno l’obbligo morale di trattarlo
come una persona, ma anche a seconda che detto obbligo venga inteso come
dovere assoluto, oppure come dovere prima facie.
7.2 Chi sostiene che l’embrione vada tutelato in modo assoluto, afferma
che ogni sua manipolazione nociva, e a maggior ragione la sua soppressione,
debbano essere categoricamente vietate. Questa posizione è molto comune fra
coloro che riconoscono all’embrione lo statuto di persona, ed induce ad estendere
il dovere morale di protezione a qualunque stadio dello sviluppo embrionale.
Infatti, anche se sussistessero incertezze circa il fatto che in una certa fase
precoce l’embrione non sia ancora persona, basta il dubbio che possa esserlo ad
imporre (secondo il principio etico del tuziorismo) che ci si astenga dal nuocergli,
in ogni condizione e circostanza, data appunto l’assolutezza del dovere di tutela.
7.3 Chi sostiene che il dovere di tutelare l’embrione è soltanto prima
facie ritiene che, in determinate situazioni nelle quali entrino in conflitto
valori diversi, anche la soppressione di embrioni — entro limiti ben circoscritti
e precisati — possa essere eticamente ammissibile.
Caso tipico è quello in cui, ad esempio, un test genetico condotto sul
DNA dell’embrione rivelasse la presenza di una patologia grave, per cui fosse
certa l’eccezionale sofferenza della persona destinata a nascere e quella dei suoi
genitori. Risulta allora eticamente conflittuale porre sullo stesso piano il dovere
di evitare tale cumulo di sofferenze e il dovere di difendere la vita di un
embrione ai suoi primi stadi di sviluppo; potrebbe quindi risultare moralmente
non condannabile — secondo i sostenitori di tale posizione — optare per la
soppressione della vita dell’embrione.
E’ il caso di osservare che detta posizione può essere assunta (ed è spesso
assunta di fatto) anche da coloro che riconoscono comunque all’embrione lo
statuto di persona, pur risultando più facilmente adottabile da parte di coloro
che non riconoscono tale statuto all’embrione (per lo meno in certe fasi iniziali
del suo sviluppo). Nel caso citato, infatti, è ovvio che chi sia convinto che
l’embrione è persona sin dalla fecondazione, potrebbe sentire remore morali
molto forti a sopprimerlo, ad esempio, anche in presenza di una grave patologia,
mentre questo dovere prima facie gli apparirebbe meno vincolante se fosse
convinto che l’embrione si trova in uno stadio di sviluppo in cui non è ancora
costituita la sua identità personale (pur senza negare altre ragioni più generali,
ma più deboli, che impongono ugualmente il rispetto per l’embrione). Questa
posizione, implicante il riconoscimento del dovere di tutela dell’embrione come
dovere prima facie, la cui forza vincolante è differenziata a seconda del
complesso delle circostanze, fra cui rientra anche il grado di convinzione circa
lo statuto ontologico dell’embrione nelle varie fasi del suo sviluppo, è condivisa
da vari membri del Comitato.
8. Conclusioni bioetiche unanimi
Nella letteratura bioetica sono individuati anche altri casi di conflitti fra
valori e, quindi, fra doveri. Essi derivano, in particolare, dalla considerazione
di situazioni nelle quali l’embrione può essere implicato e che, d’altro canto,
coinvolgono legittimi interessi e responsabilità di cui è doveroso tener conto.
In tali situazioni possono emergere conflitti fra il dovere di tutelare l’embrione
considerato unicamente per sé, e altri diritti o doveri che scaturiscono dal
rapporto dell’embrione con altre persone. Il Comitato non ha esplicitamente
tematizzato tali contesti più ampi, in cui le questioni bioetiche coinvolgono
più complesse questioni etiche di natura generale, ed è altresì consapevole che
le conclusioni bioetiche, al momento in cui dovessero ispirare precise normative
di natura giuridica, dovrebbero integrarsi non soltanto con prospettive più
ampie di etica generale, ma anche con tutta quella serie di mediazioni che
notoriamente comporta il passaggio dal piano morale a quello tecnicamente
giuridico. Esso si é quindi limitato a trarre alcune “conclusioni bioetiche” più
strettamente collegate al problema dello statuto ontologico dell’embrione, che
costituiva il suo esplicito oggetto di studio, alla luce dei criteri morali da esso
presi in considerazione e ritenuti sufficienti per giustificarle.
L’insieme delle argomentazioni etiche sopra presentate consente di ricavare
alcune indicazioni che il Comitato unanime ritiene di raccomandare. Esse sono
le seguenti:
8.1 sono da ritenere moralmente illecite, poiché lesive della dignità che
spetta all’embrione in quanto partecipe della natura umana, anche a prescindere
dalla più specifica caratterizzabilità di esso come persona:
8.1.1 la produzione in vitro di embrioni umani al solo fine di usarli per
ricerche sperimentali, o di destinarli ad usi commerciali o industriali;
8.1.2 la generazione multipla di esseri umani geneticamente identici
mediante fissione gemellare o clonazione;
8.1.3 la creazione di chimere usando embrioni umani;
8.1.4 la produzione di ibridi uomo-animale;
8.1.5 il trasferimento in utero umano dell’embrione di un animale o
nell’utero di un animale di un embrione umano.
Il Comitato si è differenziato nel riconoscere illecite:
8.1.6 la soppressione e ogni forma di manipolazione dannosa di embrioni
anche nello stadio di sviluppo pre-impianto;
8.1.7 la diagnosi su embrioni pre-impianto, finalizzata indiscriminatamente
alla soppressione di embrioni;
8.1.8 la sperimentazione su embrioni, in quanto di fatto implicante la
loro soppressione;
8.1.9 la formazione in vitro di embrioni per i quali non si intenda
procedere all’impianto nell’utero materno.
Di tale differenziazione si dà conto nel successivo punto 9.
8.2 Sono da ritenere moralmente ammissibili:
8.2.1 eventuali interventi terapeutici ancora in fase sperimentale, praticati
sull’embrione, quando siano finalizzati alla salvaguardia della vita o della
salute dell’embrione medesimo. In tal caso valgono le regole deontologiche
previste per il caso dei bambini, in particolare per quanto riguarda il consenso
libero e informato;
8.2.2 le sperimentazioni a scopi non terapeutici su embrioni morti,
ottenuti da aborti spontanei o indotti, purché i genitori diano il loro consenso
libero e informato e sia accertata l’indipendenza tra il personale medico e/o
l’istituzione che praticano l’aborto volontario e quelli che praticano la sperimentazione.
9. Conclusioni bioetiche differenziate
In seno al Comitato sono emerse posizioni diverse circa le raccomandazioni
che riguardano la tutela degli embrioni pre-impianto.
9.1 Diagnosi pre-impianto
9.1.1 Coloro per i quali la tutela dell’embrione costituisce un dovere
assoluto ritengono moralmente illecite (per le ragioni già richiamate al punto
7.2) tutte le forme di diagnosi pre-impianto finalizzate a qualsiasi scelta che
comporti la soppressione di embrioni.
9.1.2 Coloro, invece, per i quali la tutela dell’embrione costituisce un
dovere prima facie e differenziato nelle sue applicazioni, ritengono moralmente
lecita (per le ragioni già accennate al punto 7.3) la diagnosi prenatale su
embrioni pre-impianto al fine di conoscere eventuali patologie e poter scegliere,
in presenza di ragioni di particolare gravità, anche di non procedere all’impianto
di tali embrioni.
I sostenitori di questa ammissibilità morale sottolineano per altro che
questo è, a loro giudizio, l’unico caso moralmente ammissibile. In particolare,
sono unanimi nel non riconoscere la liceità morale di una discriminazione fra
embrioni tesa, ad esempio, a selezionare il loro sesso, o altre caratteristiche
non riconducibili alla futura comparsa di gravi patologie. Essi ritengono inoltre
che la scelta se procedere o meno alla soppressione discriminatoria debba
essere lasciata all’autonoma scelta moralmente responsabile dei futuri genitori,
e non possa essere oggetto di imposizioni legali.
9.1.3 Riduzione embrionale
Il Comitato, in questo documento, non ha affrontato il problema della
cosiddetta “riduzione embrionale” (ossia della soppressione nell’utero materno
— in caso di gravidanze plurime — di uno o più embrioni in via di sviluppo,
al fine di assicurare il decorso favorevole della gestazione), in quanto tale
problema verrà adeguatamente trattato in un documento relativo al parto, già
in fase di avanzata elaborazione da parte del Comitato medesimo. In detto
documento si procederà ad una adeguata riflessione sulle condizioni dei bambini
che vengono alla luce da fecondazione assistita. In letteratura emergono dati
preoccupanti, non solo per l’aumento della gemellarità e della plurigemellarità,
e mancano studi adeguati di follow-up di questi bambini. Fin da ora da parte
del Comitato si richiama alla necessità di studi policentrici al riguardo.
9.1.4 Sperimentazione sull’embrione impiantato in utero
Per analoghe ragioni, in questo documento non si considera la sperimentazione
sull’embrione in utero, tema che sarà affrontato esso pure in seno ad
altri documenti in preparazione da parte del Comitato.
9.2 Embrioni in “stato di abbandono”
Un problema particolare è costituito dagli embrioni in cosiddetto “stato
di abbandono”, ossia embrioni crioconservati, prodotti in eccedenza in occasione
di pratiche di fecondazione assistita, e che non sono destinati al trasferimento
in quanto i rispettivi genitori non lo desiderano più e si oppongono
a che essi vengano utilizzati per realizzare procreazioni assistite a favore di
altre coppie.
Riguardo alla situazione in esame, il Comitato ritiene che il rispetto della
vita dell’embrione debba avere la priorità rispetto ad altri valori e che, pertanto,
debbano essere definiti strumenti giuridici idonei a garantire agli embrioni in
soprannumero una possibilità di vita e sviluppo. Ad esempio, la legge potrebbe
sottrarre la disponibilità di tali embrioni alla coppia che ha accettato la loro
formazione, ma non è più disposta ad accettare il loro trasferimento in utero,
e stabilire che, durante un periodo di tempo prefissato (il quale dovrebbe
essere stabilito tenendo conto dei dati scientifici disponibili relativi alla possibilità
di una ragionevole conservazione degli embrioni dal punto di vista di
una loro utilizzazione a fini riproduttivi), essi vengano congelati e messi a
disposizione anche di eventuali altre coppie intenzionate ad assicurare il loro
trasferimento. Decorso tale periodo di tempo, al termine del quale la vitalità
dell’embrione potrebbe considerarsi già avviata verso un processo di deterioramento,
tali embrioni crioconservati, ormai “in stato di abbandono”, sarebbero
considerati non più in soprannumero, ma piuttosto come biologicamente inadatti
al trasferimento. La loro situazione sarebbe pertanto equiparata a quella
di embrioni (freschi o crioconservati) che risultino inadatti al trasferimento
per varie ragioni.
Le principali alternative avanzate per la destinazione da riservare a tali
embrioni (ciascuna delle quali dovrebbe comunque essere oggetto di precisa
regolamentazione legislativa) sono: quella di lasciarli morire spontaneamente
in stato di congelamento; quella di sopprimerli; quella di consentire che essi
vengano utilizzati per ricerche sperimentali.
9.2.1 Alcuni membri del Comitato ritengono, come conseguenza del rispetto
assoluto dovuto anche all’embrione pre-impianto e crioconservato, che
tali embrioni in stato di abbandono — in quanto non morti — non possano
(moralmente) essere utilizzati per sperimentazioni o altri scopi, ma debbano
esser conservati in stato di congelamento fino alla loro estinzione naturale. I
sostenitori di questa posizione sono consapevoli che tale loro indicazione può
comportare l’onere morale della conservazione degli embrioni crioconservati
anche per un periodo di tempo lunghissimo, ma vedono in questa situazione,
obiettivamente conturbante, l’unico modo eticamente coerente di fronteggiare
uno stato di fatto che, a loro avviso, non si sarebbe mai dovuto porre in essere.
9.2.2 Altri membri del Comitato, assumendo come criterio morale oltre
che giuridico i valori della protezione della salute e della ricerca scientifica,
il significato dei quali è tanto individuale quanto sociale, ritengono che si
possa moralmente consentire la sperimentazione a scopi di ricerca di base o
applicativa su:
9.2.2.1 embrioni freschi obiettivamente giudicati inadatti al trasferimento,
applicando alla loro utilizzazione le condizioni vigenti per il prelievo di
organi da individui cerebralmente morti. In sostanza, si tratterebbe di considerare
tali embrioni come dei “donatori di cellule”, anzi che di organi;
9.2.2.2 embrioni crioconservati, purché sia decorso il termine fissato
per la loro conservazione a fini riproduttivi, e purché il loro ulteriore sviluppo
non venga protratto al di là del tempo in cui, nel caso di sviluppo normale,
tali embrioni avrebbero potuto essere impiantati. La liceità di una sperimentazione
di questo tipo dovrebbe in ogni caso essere subordinata alle seguenti
condizioni:
(a) la garanzia che la decisione dei genitori di non volere l’impianto
dell’embrione, né nell’utero della madre né in quello di altra donna, sia ferma
e presa in modo del tutto indipendente dagli scopi scientifici del progetto di
ricerca per cui l’embrione potrebbe essere utilizzato;
(b) l’accertamento che il personale e/o l’istituzione presso cui sono
prodotti e/o conservati gli embrioni vivi non siano direttamente coinvolti nel
loro uso a scopi di sperimentazione e ricerca o anche applicativi (per esempio,
produzione di reagenti, farmaci, ecc.);
(c) l’accertamento della validità scientifica del progetto di ricerca, preventivamente
valutata da comitati di esperti a ciò deputati, dal quale risulti
anche l’irrinunciabilità della sperimentazione su embrioni umani;
(d) la pubblicità ed il controllo sia delle istituzioni dove vengono
condotte tali sperimentazioni, sia dei risultati che ne derivano;
(e) la salvaguardia del diritto all’obiezione di coscienza da parte di
ricercatori che siano membri dell’équipe interessata alla sperimentazione.
I sostenitori di questa posizione sottolineano che l’ammissibilità morale
di quanto descritto al punto 9.2.2.2 si fonda sul fatto che embrioni crioconservati
in stato di abbandono esistono oggi in grandi quantità e sono pertanto
destinati in ogni caso all’estinzione, il che rende moralmente più accettabile
ottenere da tale loro situazione il perseguimento di scopi particolarmente
elevati, piuttosto che la pura e semplice perdita della loro esistenza. Un’ulteriore
ragione, che viene addotta da alcuni, è che, dato il loro stadio precoce,
possa sussistere a proposito di tali embrioni il dubbio circa il loro raggiungimento
dello stadio di identità personale, il che consente di non affermare
con certezza che si starebbe sperimentando su persone umane.
Per altro, il Comitato ritiene che la situazione prevista al punto summenzionato
debba considerarsi eccezionale e transitoria, e che il rispetto
dovuto all’embrione anche nelle prime fasi del suo sviluppo dovrebbe condurre
a disposizioni che vietino la produzione di embrioni soprannumerari
nelle pratiche di procreazione assistita, incoraggiando la ricerca, del resto già
in atto, di altre modalità che consentano di soddisfare a quelle esigenze (la
cui legittimità morale è stata discussa nel già menzionato documento sulla
procreazione assistita) alle quali oggi si soddisfa con la crioconservazione di
embrioni.
10. Conclusioni
Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale
di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di
rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a
cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone, e ciò a prescindere
dal fatto che all’embrione venga attribuita sin dall’inizio con certezza la
caratteristica di persona nel suo senso tecnicamente filosofico, oppure che
tale caratteristica sia ritenuta attribuibile soltanto con un elevato grado di
plausibilità, oppure che si preferisca non utilizzare il concetto tecnico di
persona e riferirsi soltanto a quell’appartenenza alla specie umana che non
può essere contestata all’embrione sin dai primi istanti e non subisce alterazioni
durante il suo successivo sviluppo.
Il Comitato ne ha dedotto unanimemente una serie di indicazioni circa
trattamenti moralmente illeciti nei confronti degli embrioni umani, a qualunque
stadio del loro sviluppo:
– produzione di embrioni a fini sperimentali, commerciali o industriali;
– generazione multipla di esseri umani geneticamente identici mediante
fissione gemellare o clonazione;
– creazione di chimere;
– produzione di ibridi uomo-animale;
– trasferimento di embrioni umani in utero animale o viceversa.

Una parte del Comitato ritiene che tale illiceità sussista incondizionatamente
anche nei casi seguenti:
– soppressione o manipolazione dannosa di embrioni;
– diagnosi pre-impianto finalizzata indiscriminatamente alla soppressione
di embrioni;
– formazione in vitro di embrioni di cui non si intenda provvedere
all’impianto nell’utero materno.
Il Comitato ha unanimemente ritenuto moralmente leciti:
– eventuali interventi terapeutici in fase sperimentale su embrioni, quando
siano finalizzati alla salvaguardia della vita e della salute dei medesimi;
– le sperimentazioni su embrioni morti ottenuti da aborti.
Una parte del Comitato ritiene che la liceità morale si estenda ad alcuni
casi ben precisi, ossia:
– alla produzione di embrioni a fini procreativi;
– alla decisione di non impiantare embrioni nel caso in cui, a seguito di
diagnosi pre-impianto, questi risultino affetti da gravi malformazioni o patologie
genetiche;
– l’utilizzazione per scopi sperimentali o terapeutici di embrioni freschi o
crioconservati che siano biologicamente inadatti all’impianto;
– l’utilizzazione per scopi sperimentali o terapeutici di embrioni crioconservati
in “stato di abbandono”, purché il loro ulteriore sviluppo non venga
protratto oltre il termine in cui, in caso di sviluppo normale, avrebbero potuto
impiantarsi.
Le indicazioni complete delle casistiche qui richiamate sommariamente a
puro titolo riassuntivo, nonché delle condizioni da rispettare in alcune di esse,
saranno esposte in ulteriori documenti del CNB, che vedranno presto la luce.
Il Comitato ha inoltre ritenuto che non avesse senso, in questo documento,
indicare di volta in volta se una determinata posizione fosse sostenuta dalla
maggioranza o da una minoranza dei suoi membri, dal momento che la presentazione
delle posizioni etiche deve dar conto dei rispettivi argomenti, il cui
valore non dipende dal numero di coloro che li propongono, ma da un giudizio
intrinseco circa la loro validità.

NOTE
1. È questa la famosa definizione data da Boezio nel VI secolo: “persona
est naturae rationabilis individua substantia” (Cf. Contra Eutychen et Nestorium,
1-3). Essa viene offerta nel contesto di una discussione teologica, ed è
una sorta di punto d’arrivo di una secolare elaborazione dottrinale di tipo,
appunto, filosofico-teologico. Variamente criticata e commentata da numerosi
autori medioevali, fu sostanzialmente accolta da Tommaso d’Aquino, che ne
elaborò un’interpretazione molto ricca, sottolineandone, in particolare, la caratteristica
di autodeterminazione e la capacità di autoriflessione. Date le sue
caratteristiche di generalità e compattezza, essa si mostrò feconda anche al di
fuori del contesto teologico, e divenne pertanto una specie di definizione
canonica comunemente accettata del concetto di persona; in tal senso può
esser detta “classica”.
2. Queste varie concezioni sono spesso indicate come “funzionaliste”, in
quanto si differenziano dalla concezione classica che è di tipo “sostanzialista”.
Esse sono venute emergendo proprio in conseguenza della progressiva erosione
che il concetto di sostanza ha subíto nel corso del pensiero moderno, iniziando
con Descartes, Locke e, specialmente, Kant. Nella caratterizzazione delle varie
realtà è venuto in tal modo imponendosi il concetto di “funzione” e, in
particolare, ciò è accaduto anche per quanto riguarda la persona, tant’è vero
che perfino parecchie filosofie “personaliste” contemporanee evitano di presentare
la persona come una sostanza, preferendo insistere su certe sue caratteristiche
o relazioni funzionali, ritenute particolarmente significative. Per una
succinta, ma efficace, rassegna storica delle diverse concezioni della persona in
lingua italiana, rimandiamo al contributo di Enrico Berti, “Il concetto di
persona nella storia del pensiero filosofico”, in AA.VV. Persona e personalismo,
Fondaz. Lanza, Gregoriana Ediz., Padova, 1992, pp. 43-76. Molto dettagliata e
documentata è la presentazione delle tematiche connesse con la persona contenuta
nelle voci “Person” e affini dell’ Historisches Wörterbuch der Philosophie,
Band VII, pp. 269-364. Come esempi significativi di concezioni funzionaliste
della persona, con i rispettivi riflessi di natura etica, si possono citare: D.
Parfit, Ragioni e persone, Il Saggiatore, Milano, 1989; P. Singer, Etica pratica,
Liguori, Napoli, 1989; H. T. Engelhardt Jr., Manuale di bioetica, Il Saggiatore,
Milano, 1991. Una critica delle concezioni funzionaliste della persona è contenuta
in E. Agazzi, Lo statuto ontologico dell’embrione umano, Documento di
lavoro predisposto per il Comitato Nazionale per la Bioetica nel 1995.

3. L’incongruenza di separare il concetto di individuo umano da quello di
persona viene analizzata, nel contesto di una concezione sostanzialista, nel lavoro
di E. Agazzi, “L’essere umano come persona”, in E. Agazzi (a cura di), Bioetica
e persona, Angeli, Milano, 1993, pp. 137-157.
4. L. De Carli (con contributi di G. Berlinguer, A. Bompiani, C. Flamigni,
E. Sgreccia), Lo statuto dell’embrione: dati e problemi biologici, Documento
di lavoro predisposto per il Comitato Nazionale per la Bioetica nel 1995.
5. Cf. C.E. Boklage, “On the timing of monozygotic twinning event.
Twin research 3”, in Twin Biology and Multiple Pregnancy, Alan R. Liss
inc:, New York, 1981, pp. 155-165.
6. Cf. L. De Carli, “La persona negli stati di confine: le indicazioni della
genetica”, in C. Viafora (a cura di), La bioetica alla ricerca della persona
negli stati di confine, Gregoriana ed., Padova, 1994, pp. 43-52; A. Bompiani,
“La nascita dell’individuo, della persona e della personalità nel contesto della
riflessione bioetica”, in Rivista Italiana di Pediatria, 21 (1995), pp. 579-594;
A. Serra, “Per un’analisi integrata dello ‘status’ dell’embrione umano. Alcuni
dati della genetica e dell’embriologia”, in S. Biolo (a cura di), Nascita e morte
dell’uomo, Marietti, Genova, 1993, pp. 55-108.
7. Il dato sulla totipotenzialità delle singole cellule dell’embrione dopo le
prime divisioni è ricavabile da esperimenti su animali. Si veda ad esempio:
J.S. Nicholas and B.V. Hall, “Experiments on developing rats II: The developments
of isolated blastomeres and fused eggs”, in Journal of Experimental
Zoology, 90 (1992), pp. 441-459. Il 6º giorno è da taluni indicato come
momento della individualizzazione in quanto, in coincidenza con esso, si stabiliscono
le prime connessioni dirette con i tessuti materni e, quindi, le interazioni
necessarie per un completo sviluppo dell’organismo. Si veda: F. Abel, “Nascita
e morte dell’uomo: prospettive della biologia e della medicina”, in S. Biolo (a
cura di), Nascita e morte dell’uomo, Marietti, Genova, 1993.
8. Cf. A. McLaren, “Prelude to embryogenesis”, in Human embryo
research: yes or no?, The Ciba Foundation, Tavistock London, 1986, pp. 5-23;
E. Lecaldano, “Questioni etiche sui confini della vita”, in A. Di Meo e C.
Mancina (a cura di), Bioetica, Laterza, Bari, 1989, pp. 32-35. Si vedano inoltre
gli autori, citati nella successiva nota n. 11, relativa alla costituzione non
immediata dell’individualità umana.
9. Cf. M. Lockwood, “When does a life begin?”, in M. Lockwood (edit.),
Moral Dilemmas in Modern Medicine, Oxford, Oxford University Press, 1985,
pp. 9-31; M. Lockwood, “Warnock versus Powell (and Harradine): when does
potentiality count?”, in Bioethics 2 (1988), pp. 189-213; H. M. Sass, “Hirntod
und Hirnleben”, in H. M. Sass (a cura di), Medizin und Ethik, Stuttgart,
1989, pp. 160-183. Si veda anche P. Singer, Etica pratica, Laterza, Bari, 1982,
p. 122.

10. Una significativa presentazione dell’applicazione di tale criterio si può
trovare nell’opera di un noto rappresentante della filosofia analitica della scuola
di Oxford: Peter Strawson, Individui, Feltrinelli, Milano, 1978.
11. Fra i molti autori, appartenenti a correnti filosofiche diverse, che
hanno ritenuto di trovare nella totipotenzialità, nella possibilità di produzione
di gemelli monozigoti, e in quella di ottenere individui chimerici, ragioni per
porre in dubbio, o addirittura negare, la costituzione dell’identità individuae
dell’embrione prima di un determinato tempo T (diversamente indicato),
segnaliamo: N.M. Ford, When did I Begin?, Cambridge, Cambridge University
Press, 1988; J. Fuchs, “Seele und Beseelung im individuellen Werden des
Menschen”, in Stimmen der Zeit, 207 (1989), pp. 522-530; K.V. Hinrichsen (a
cura di), Humanembryologie, Springer, Berlin, 1990; T.A. Shannon, A.B.
Walter, “Reflections on the Moral Status of the Pre-Embryo”, in Theological
Studies, 51 (1990), pp. 603-626; R. McCormick, “Who or what is the Preembryo?”,
in Kennedy Institute of Ethics Journal, 1 (1991), pp. 1-15; M. Lockwood,
“Tissue donors and research subjects to order: some Kantian concerns”,
in Revue internationale de philosophie, 193 (1995), pp. 265-284; C.
Flamigni, “Embrione e feti umani: sperimentazioni e donazioni”, in S. Rodotà
(a cura di), Questioni di bioetica, Laterza, Bari, 1992, pp. 165-181; M. Mori,
La fecondazione artificiale, Laterza, Bari, 1995, cap. III. L’intenzione di non
riconoscere all’embrione un’identità individuale prima di un certo stadio del
suo sviluppo ha condotto alcuni autori a proporre il termine “pre-embrione”
per indicare tale statuto precoce. Per quanto raccomandata anche in qualche
documento ufficiale (ad esempio da parte del Medical Research Council di
Londra in un rapporto del 1985-86), tale denominazione non ha incontrato
accoglienza generale ed è utilizzata, in pratica, soltanto da coloro che sostengono,
appunto, che l’embrione non è individuo umano prima di un determinato
termine.
12. Cf. M. Alikani, N. Noyes, J. Cohen, Z. Rosenwaks, “Monozygotic
twinning in the human is associated with the zona pellucida architecture”, in
Human Reproduction, vol. 9/7 (1994), pp. 1318-1321. Si vedano anche i lavori
già citati nella nota n. 4 di L. De Carli (con contributi di Berlinguer, Bompiani,
Flamigni, Sgreccia) e di A. Serra (e altre pubblicazioni di quest’ultimo autore).
13. Cf. R. Kohlberg, “Human Embryo Cloning Reported”, in Science,
262 (1993), pp. 652-653; H.W. Jones, R.G. Edwards, G.E. Seidel, “On attempts
at cloning in the human”, in Fertility and Sterility, 61 (1994), pp. 423-426.
14. Tale distinzione è stata introdotta dal filosofo inglese W.D. Ross,
autore di due notevoli opere: The Right and the Good, Clarendon Press,
Oxford, 1930 e Foundations of Ethics, Clarendon Press, Oxford, 1951. Essa si
è dimostrata molto utile nella discussione dei conflitti fra doveri, ed è largamente
adottata nell’etica contemporanea. Per una sua esposizione critica si
può consultare: E. Agazzi, Il bene, il male e la scienza, Rusconi, Milano,
1992, pp. 269-272.

DICHIARAZIONE SUPPLETIVA DI ALCUNI MEMBRI
DEL CNB
I firmatari di questa dichiarazione — riconoscendo lo sforzo che è stato
fatto per accogliere e conciliare le diverse istanze etiche oggi esistenti nel
dibattito sull’identità e sullo statuto dell’embrione umano — ritengono opportuno
esporre in modo più ampio le ragioni delle proprie convinzioni sul
punto più cruciale del dibattito, relativo alla natura di individuo umano
dell’embrione fin dalla fecondazione, con le conseguenze bioetiche che tale
posizione comporta.
Pur non intendendo mettere in discussione il concetto biologico di totipotenzialità
che caratterizza le cellule dell’embrione nelle primissime fasi della
sua esistenza, non si ritiene che tale dato biologico possa in alcun modo
contrastare il fatto che lo zigote possiede una propria identità individuale fin
dalla fecondazione. E’ all’atto della fecondazione che avviene il mutamento
sostanziale e si costituisce un nuovo essere umano con un patrimonio genetico
individuale e irripetibile, che gli consente di essere soggetto attivo della propria
costruzione e intrinsecamente autonomo nella sua crescita continua, graduale,
e coordinata.
Il fatto che lo zigote contenga l’informazione genetica necessaria, e
sufficiente, a determinare — durante il periodo di totipotenzialità delle cellule
— lo sviluppo non solo di uno ma, eventualmente, anche di più individui
gemelli, va interpretato sulla falsariga del processo moltiplicativo, che è anche
riproduttivo, dei batteri, o comunque di qualunque essere unicellulare, o alla
stregua del modello di riproduzione agamica per gemmazione (come accade
ad esempio nell’idra). Ciò implica, in caso di gemellarità, che a ciascuno
dei gemelli debba essere riconosciuta una piena individualità fin dal loro
costituirsi: il primo di essi acquisendo la sua definitiva identità nel momento
stesso della fecondazione e l’altro, o gli altri, nel momento, invece,
della scissione gemellare.
La perdita della cosiddetta totipotenzialità nel corso delle primissime fasi
dello sviluppo non fornisce allo zigote una qualità della quale fino a quel
momento sarebbe privo — cioè la qualità di autentico individuo — ma gli
sottrae soltanto una possibilità ulteriore: quella di “riprodursi”.
Analogamente, la fusione di due embrioni (ibridazione) nella fase di
cosiddetta totipotenza — da cui potrebbe derivare un solo embrione ovvero
un solo individuo — può essere interpretata come la “morte” di una delle due
individualità che vengono a fondersi e che terminerebbe così il suo brevissimo
ciclo vitale, senza che questo alteri l’individualità, già sussistente, dell’altro
embrione.
Sulla base di queste considerazioni scientifiche incontrovertibili, i firmatari
di questa dichiarazione ritengono che sia irrilevante attendere che si determini
la perdita della totipotenzialità delle cellule dell’embrione — o anche la comparsa
della cosiddetta “stria primitiva” — e l’eventualità che si determinino i
rari fenomeni della gemellarità o di ibridazione, per poter proclamare il determinarsi
della sua individualità umana. E ritengono di conseguenza infondate
tutte quelle opzioni bioetiche che, partendo da altra opinione, considerano
lecito ridurre la tutela dell’embrione — definito tra l’altro “embrione precoce”
o “pre-embrione” o “pro-embrione” — nelle prime fasi del suo sviluppo. E
richiamano anche il fatto che la teoria del pre-embrione, proposta all’interno
del Warnock Committee, è stata ritenuta da molti un espediente inteso a
favorire la possibilità di sperimentare sull’embrione.
Si osserva anche che il termine del 14º giorno è comunque scientificamente
erroneo in quanto è ormai noto che i gemelli dicoriali ricevono il loro destino
di sviluppo separato intorno al 4º giorno; i monocoriali diamniotici tra il 5º e
6º giorno; i monocoriali monoamniotici intorno al 7º giorno; e che non vi è
alcun rapporto tra possibilità di gemellarità e formazione della stria primitiva
al 14º giorno. Per cui i sostenitori della teoria dell’embrione “precoce” — che
non è per altro riferita in alcun testo moderno di biologia, ma figura soltanto
nella letteratura dedicata alla procreazione assistita — dovrebbero limitare il
concetto di embrione precoce ad un momento molto antecedente rispetto al
quattordicesimo giorno, e cioè al 4º o 7º giorno.
I firmatari di questa dichiarazione ritengono, inoltre, che il concetto di
“individualità” debba essere utilizzato in modo proprio.
L’individualità non implica l’indivisibilità e la non riproducibilità, quanto
piuttosto l’esistere come un tutt’uno, diviso dagli altri (individuum=indivisum
in se=divisum a quolibet alio). L’embrione è, quindi, individuo fin dalla
fecondazione e la sua intrinseca unità è esprimibile con l’unum — rappresentato
dalla sua natura cellulare, dalla coordinazione delle reazioni precoci, dalla
proprietà della totipotenzialità — e l’aliquid, determinato da un messaggio
genetico rigorosamente individuale, distinto da qualsiasi altro, compreso quello
di eventuali gemelli.
Un’ulteriore considerazione merita di essere formulata. Il fatto che la
lettura del fenomeno della gemellarità come generazione agamica, e del fenomeno
dell’ibridazione sia da ritenere scientificamente fondata (e su ciò concordano
anche coloro che non la condividono), deve comunque imporre l’obbligo
di assumere un atteggiamento etico di carattere rigorosamente tuzioristico nei
confronti dell’embrione fin dal momento della fecondazione. Appare del resto
evidente che la possibilità, sia pure poco frequente, che un embrione ne
produca altri per divisione gemellare, ad esso quasi uguali geneticamente — in
realtà distinti per alcune parti del genoma — rende ancora più inaccettabile il
loro uso o soppressione entro le prime due settimane dalla fecondazione perchè
potenziale produttrice di maggior danno, implicando la possibile soppressione
anche della gemellarità, cioè dello sviluppo di più individui umani, ciascuno
con la propria irripetibile individualità.
Premesso, a questo punto, che:
1) non si può separare il concetto di individualità umana da quello di
persona;
2) l’individualità dell’embrione umano coincide nella realtà obiettiva
(ontologica) con la persona umana;
3) ogni persona umana, nella sua irripetibile singolarità, non esiste se
non attraverso il proprio corpo;
4) la vita fisica acquista, pertanto, un valore fondamentale per lo
sviluppo personale e per la costruzione degli altri valori;
5) ogni uomo, in quanto tale, possiede una dignità che gli conferisce
un valore superiore e lo rende meritevole di rispetto;
6) il comportamento da assumere nei confronti della persona umana
può dirsi morale solo e nella misura in cui è conforme alla sua natura e alla
sua identità, nel senso di rispettarle e di non contraddirle mai;
i firmatari di questa dichiarazione ritengono che l’embrione umano
debba essere considerato e trattato sempre, fin dalla fecondazione, in base al
valore etico di persona umana e che il semplice dubbio di poter sopprimere o
danneggiare la persona umana — anche in un embrione nelle prime fasi di
sviluppo — impone di astenersi dal farlo.
Questo criterio tuzioristico è tanto più meritevole di essere tassativamente
adottato, in quanto fondato in primis non su opzioni assiologiche, ma su
constatazioni scientifiche, basate su dati sperimentali e obiettivi non suscettibili
di interpretazioni alternative.
I firmatari di questa dichiarazione concordano quindi nel ritenere scientificamente
ed eticamente inammissibile la distinzione tra “embrioni precoci”
(prima del 14º giorno) e “embrioni” (dopo il 14º giorno): ai primi deve essere
riservata esattamente la stessa tutela che va riservata ai secondi.
Di conseguenza, ad integrazione delle considerazioni bioetiche formulate
nel presente documento, essi ribadiscono che è da ritenere:
1) illecita la soppressione, compresa la riduzione embrionaria, e ogni
forma di manipolazione di embrioni anche prima del 14º giorno di sviluppo;
2) illecita ogni sperimentazione non terapeutica su embrioni fin dal
momento della loro formazione, cioè anche sui cosiddetti “embrioni precoci”;
3) illecita la soppressione e ogni forma di manipolazione di embrioni
congelati, e/o residui, che vanno ritenuti vivi quantunque non impiantabili;
4) illecita la formazione in vitro di embrioni, specialmente qualora non
vi sia sicurezza del loro trasferimento nell’apparato riproduttivo della donna.
LIVIA BARBERIO CORSETTI
ADRIANO BOMPIANI
GIOVANNI CHIEFFI
GIUSEPPE DALLA TORRE
VITTORIO DANESINO
PIERPAOLO DONATI
ANGELO FIORI
ALDO ISIDORI
ANTONINO LEOCATA
CORRADO MANNI
LUCIO PINKUS
PAOLO PREZIOSI
CARLO ROMANINI
GIOVANNA ROSSI SCIUMÈ
ELIO SGRECCIA
BRUNO SILVESTRINI

PRECISAZIONI DI ALCUNI MEMBRI DEL CNB
1. Il documento elaborato dal Comitato è stato il frutto di lunghe e
faticose discussioni e riflette il tentativo di incorporare posizioni diverse. Pur
apprezzando lo sforzo di mediazione che rappresenta e condividendolo nelle
sue linee generali, riteniamo anche noi opportuno precisare meglio, come altri
colleghi hanno fatto, il nostro pensiero riguardo ad esso. La nostra formazione
si è confrontata con un certo disagio con le questioni filosofiche che sono state
sollevate in seno al Comitato, per cui vogliamo subito premettere le nostre
perplessità (che testimoniano probabilmente la nostra ignoranza) sul problema
della definizione di persona e sugli aspetti etici che vi sono associati, i quali
costituiscono una parte non secondaria del documento.
2. Un embrione è una persona? Si tratta di una questione assai complessa,
e al limite insidiosa, perchè il termine “persona” possiede una grande varietà
di usi e significati, i quali dipendono dal modo in cui il concetto di persona è
stato variamente inteso e elaborato nella storia del pensiero.
Per cercare di capire le possibili cause di confusione, supponiamo di
leggere un giorno su una rivista scientifica che le scimmie a noi evolutivamente
vicine, sono animali molto più intelligenti ed emotivamente complessi di quanto
oggi pensiamo. Immaginiamo poi che qualcuno ci chieda se una scimmia per
questa ragione debba essere considerata una “persona”.
Potremmo trattare questa come una questione filosofica e cercare di
perfezionare la nostra concezione su ciò che effettivamente è una persona per
riscontrare se le scimmie, in base alle nostre nuove informazioni, possano
essere candidate ad ottenere quel titolo. Una posizione di questo tipo richiede
ovviamente una definizione di tipo “ontologico”, che nella tradizione filosofica
e teologica occidentale veniva espressa riferendosi ad una “individua substantia
rationalis naturae”, sostanza individuale dotata di natura razionale (S. Boezio).
Oggi non si parla più di sostanza, ma i termini che si usano, quali “razionalità”,
“autocoscienza”, “attività simbolica”, “attività psichica”, ecc., si riferiscono,
comunque, se non a sostanze, a proprietà che trascendono il mondo fisico-
organico al quale sono irriducibili.
Potremmo, alternativamente, analizzare la stessa questione delle scimmie
in modo pratico e chiederci se dovremmo trattarle, in seguito alle nuove
conoscenze, come trattiamo gli esseri umani, riconoscendo loro il diritto alla
vita, e, dunque, valutando eticamente non corretto sopprimerle per sperimentazioni
e ridurle in schiavitù. Potremmo anche pensare che le due posizioni
sono connesse: se le scimmie sono persone in senso filosofico, dovrebbero
essere trattate allo stesso modo delle altre persone; se, invece, non sono persone
in quello stesso senso, allora non dovrebbero essere trattate come tali. Ma ci
sembra evidente che le due posizioni, quella filosofica e quella etica, non sono
necessariamente legate.
Precisando ulteriormente il nostro pensiero, a noi sembra comunque che
entrambe le posizioni siano radicalmente fragili: la posizione filosofica quando
pretende di fondare un concetto così alto come quello di persona sulla base di
una filosofia della natura, la quale oggi è più che mai in crisi; la posizione
puramente etica, per il fatto che appare manifestamente priva del fondamento
del quale ha bisogno. Riteniamo, quindi, che, ferma restando l’impossibilità
razionale di individuare il momento nel quale un essere vivente divenga
effettivamente persona, esso possa essere trattato fin dall’inizio come se lo
fosse, o sulla base di un convincimento religioso, considerando quell’essere
come un vivente creato, secondo la scrittura, direttamente da Dio a sua
immagine (come credono alcuni di noi) o, sulla base di un convincimento
culturale, considerando che esso è il prodotto di una lunga evoluzione biologica
che lo ha posto al centro del nostro pianeta e gli ha permesso di modificare,
nel bene e nel male, il territorio in cui si è insediato (come ritengono altri,
non contraddetti dai primi).
Alla luce di queste posizioni potremmo risolvere il problema delle scimmie
avanti proposto. L’ipotesi più verosimile è che non potremmo considerarle
persone e tuttavia potremmo stabilire che la loro natura senziente e la loro
struttura razionale le ammettono a importanti aspetti del trattamento che gli
esseri umani si riservano reciprocamente; ma anche se dovessimo considerarle
“persone”, ciò che sulla base di una mera filosofia della natura non potrebbe
affatto escludersi, dato che la loro natura razionale non è molto diversa da
quella umana, non ne seguirebbe che gli esseri della specie umana non abbiano
“ragione” (ma sarebbe più chiaro e onesto dire “interesse”) a trattarli come
essi si trattano l’un l’altro.
3. Qualunque sia la definizione di persona, in ogni caso difficile, come si
è osservato e esemplificato, il Comitato ha unanimamente indicato che il solo
fatto che dalla fusione dei gameti di due persone diverse, e attraverso lo
sviluppo di un embrione, la vita umana passi in un individuo dotato di natura
umana (un’altra persona), questo solo fatto dà all’embrione il diritto di essere
tutelato come una persona umana, cioè come un essere alla cui vita è riconosciuto
un valore primario del tutto diverso dalla tutela che dobbiamo ad un
embrione di topo o di altro animale.
Riteniamo, tuttavia, scientificamente e culturalmente non appropriato
identificare l’embrione con un individuo completamente formato. In particolare
riteniamo che, poiché tutte le valutazioni relative all’embrione non possono
prescindere dal riconoscerlo nel contesto radicalmente relazionale entro il quale
si colloca e che essenzialmente lo identifica, i doveri morali che si hanno nei
suoi confronti non possono essere considerati assoluti, se non si voglia drasticamente
estraniarli da quel contesto. La distinzione fra doveri prima facie e
doveri assoluti posta in evidenza nel documento, riflette appunto l’eventualità
del tutto normale che i doveri verso l’embrione entrino in conflitto con i
doveri esistenti nei confronti di altri esseri umani. In tale eventualità di conflitto
fra doveri ugualmente significativi, noi riteniamo che gli imperativi di rispetto
nei confronti dell’embrione assumano sempre forma relativa: “Tu devi, a meno
che la situazione sia tale da consentire una deroga al precetto generale”.
4. Ci poniamo il problema di come comportarci con embrioni che risultano:
a) affetti da patologie gravi; b) prodotti in soprannumero, allorché essi
possano essere utilmente studiati allo scopo di curare una patologia grave di
altri nostri simili. Il valore della vita dell’embrione entra in conflitto rispettivamente
con: a) la sofferenza certa dell’uomo che ne nascerà e/o dei suoi
futuri genitori; e b) la possibilità di avanzamento della conoscenza che può
derivare dallo studio di embrioni comunque destinati a morire.
In queste situazioni molto particolari: di fronte al conflitto di tipo a) non
ci sentiamo di prendere una posizione di riprovazione morale nei confronti di
genitori che si oppongano al reimpianto dell’embrione affetto dalla patologia
grave, né crediamo che il legislatore possa imporre questo o qualsiasi altro
tipo di reimpianto. In particolare, sul piano etico non ci sentiamo di pretendere
da altri un comportamento eroico che forse noi stessi (e supponiamo molti di
noi: interroghiamoci fino in fondo) non saremmo capaci a sopportare. Di
fronte al conflitto di tipo b) che è ancora più particolare, consideriamo che la
soppressione pura e semplice di embrioni che in ogni caso andrebbero perduti
non ci può lasciare eticamente indifferenti, se il loro studio può determinare
importanti avanzamenti nella conoscenza e nelle ricadute applicative indirizzate
a far progredire le condizioni di salute dei nostri simili: in tali casi è il
controllo, non solo etico, di tale indirizzo, quello al quale dobbiamo prestare la
massima attenzione.
Ciò detto, desideriamo precisare che la nostra valutazione di liceità morale
e giuridica nei confronti delle sperimentazioni anzidette, è limitata agli embrioni
che non abbiano superato la soglia del 14º giorno; ciò non perchè riteniamo
tale giorno ontologicamente e biologicamente discriminante — la biologia non
dà e non può dare certezze su scadenze di natura squisitamente ontologica —,
ma perchè prima dell’impianto dell’embrione, che avviene intorno a quel
giorno, la mancanza di organizzazione del tessuto nervoso nell’embrione in via
di sviluppo, dovrebbe escludere, non tanto la sua individualità, quanto la sua
natura cosciente e razionale.
5. Passiamo ora ad una considerazione più generale. E’ assolutamente
necessaria ad ogni convivenza umana non solo l’esistenza di regole di condotta
ben fondate, ma anche la loro osservanza: con questo vogliamo sottolineare
che, come è stato osservato, il razionalismo etico, sia laico, sia teologico,
incontra le stesse aporie, la più evidente delle quali è quella per cui non vi è
precetto morale che valga in ogni circostanza e non consenta eccezioni e la cui
scelta non sia demandata a una valutazione cosciente delle conseguenze. Dal
momento che tale valutazione non può portare se non a soluzioni probabili,
affidate al giudizio della coscienza individuale, religiosa e non, le argomentazioni
ontologiche riferite all’embrione ci sembrano prive di ogni fondamento etico
puramente razionale. D’altra parte riteniamo che nessun uomo, anche quello
più profondamente religioso, sarebbe disposto a fondare la verità della propria
teologia unicamente sulla efficacia della morale che ne deriva, dal momento
che dovrebbe essere essa stessa, la teologia, o la verità attinta attraverso la
fede, a fondare la morale.
Questa osservazione ci pone di fronte a uno dei crocevia più roventi
dell’età contemporanea. Di fronte ad esso abbiamo l’impressione che la ricerca
di regole di comportamento assolutamente consistenti sia tragicamente difficile
in una società secolarizzata e pluralista come la nostra. Se è vero, infatti, che
la validità di un’etica si misura dai fini che essa intende perseguire, allora le
proposizioni etiche appaiono necessariamente esposte alla vicenda della perdita
della propria universalità.
6. In conclusione:
ci riconosciamo completamente nell’affermazione del documento secondo
la quale l’embrione umano ha il diritto di essere trattato come una persona,
ossia nel modo in base al quale conveniamo debbano essere trattate le creature
della nostra specie. Tale affermazione per noi:
6.1 non significa che la tutela spettante all’embrione umano, che è
manifestazione di vita umana interna a un’altra vita umana, debba essere
identica a quella spettante all’uomo già nato, né che l’embrione debba essere
considerato fin dal concepimento, come un soggetto di diritto;
6.2 significa, invece, che l’embrione, fin dal concepimento, deve essere
considerato come un individuo umano al quale l’ordinamento giuridico è tenuto
a garantire le condizioni più favorevoli allo sviluppo e alla nascita, e che, per
tale sua natura individuale, deve essere salvaguardato da sacrifici, non giustificati
dall’esigenza di proteggere i suoi stessi interessi o quelli facenti capo alla
persona adulta che lo contiene, o che è destinata a contenerlo.
Ci riconosciamo completamente nell’affermazione del documento secondo
la quale all’embrione umano deve essere riconosciuta la più alta dignità, anche
qualora non abbia raggiunto la capacità di svolgere certe funzioni tipiche della
persona e che esso debba, perciò, essere circondato da doveri di rispetto il più
possibile forti. Tale affermazione, per noi:
6.3 non significa che i doveri personali nei confronti dell’embrione umano
debbano considerarsi sempre assoluti: che debbano, cioè, considerarsi, sempre
e automaticamente, prevalenti nei confronti di qualsiasi altro tipo di dovere e
di interesse esistenziale con essi in conflitto;
6.4 significa, invece, che l’assolutezza del dovere di salvaguardare la vita
dell’embrione si arresta laddove esso venga a scontrarsi con manifeste esigenze
di tutela della salute fisica e psichica della madre, dovendo essere affidata alla
responsabilità di quest’ultima e a quella del padre, la scelta fra la cura della
propria salute e la salvezza della vita dell’embrione nei casi in cui l’una sia
inconciliabile con l’altra.
Ci riconosciamo completamente, infine, nell’auspicio formulato dal documento
che non vengano prodotti embrioni al solo scopo di sottoporli a sperimentazione
e a ricerca e che venga severamente limitata la produzione di
embrioni soprannumerari. Tale auspicio per noi:
6.5 non significa che la ricerca e la sperimentazione sugli embrioni umani
debbano essere sempre e comunque considerate moralmente illecite e, conseguentemente,
vietate;
6.6 significa, invece, che:
a) la ricerca e la sperimentazione non devono essere consentite per il
solo fatto che la coppia dalla quale l’embrione proviene non consente al
reimpianto;
b) gli embrioni soprannumerari non reimpiantati dovrebbero essere
obbligatoriamente congelati prima che abbiamo raggiunto il 14º giorno, allo
scopo di favorire, in tal modo, l’eventualità di un loro reimpianto;
c) gli embrioni soprannumerari non reimpiantati nel corso del periodo
di congelamento legalmente previsto, i quali si trovino in una situazione nella
quale è ormai impossibile salvaguardarne la vita (c.d. “embrioni in stato di
abbandono”), possono essere sottoposti a pratiche di sperimentazione non
terapeutica, purché questa sia sottoposta alle rigorose condizioni, di metodo e
di scopo, enumerate nel documento.
ALBERTO PIAZZA
SERGIO STAMMATI
MAURO BARNI
RENATA GADDINI
PIETRO RESCIGNO

POSTILLA
Apprezzando il documento di sintesi predisposto dal Prof. Agazzi, si
rilevano tuttavia talune ambiguità, che sono ovviamente dovute alla pluralità
delle componenti etico-filosofiche presenti nel CNB, ma che possono dar luogo
o danno luogo a talune affermazioni, in proposte di dichiarazione a verbale,
che tendono a forzare i dati scientifici verso conclusioni di giudizio etico non
sempre giustificate. Di conseguenza viene proposta la seguente dichiarazione
aggiuntiva:
1. La problematica generale
Il problema della natura dell’embrione umano è stato oggetto di dibattito
sin dalla filosofia classica, mentre l’opportunità di definire il cosiddetto statuto
dell’embrione umano nasce dai progressi tecnologici della bio-medicina, tanto
nel settore della fertilizzazione umana, quanto nella ricerca sperimentale, con
prospettive sia diagnostiche che terapeutiche.
Le considerazioni morali, riguardo a ciò che sia lecito, a ciò che invece
debba essere evitato o a ciò che debba essere proibito, in pochi altri settori
come in questo risentono di profonde convinzioni circa il valore della vita
nascente.
Agli interrogativi che vengono posti la ricerca biologica non dà, nè deve
dare, risposte esaustive ma fornire solo alcuni punti ormai indiscussi, sui quali
sia possibile formulare ulteriori congetture sotto il profilo scientifico e fissare
invece alcuni punti fermi sui valori e grandi regole sotto il profilo etico. La
definizione, ad esempio, di embrione come prodotto del concepimento nelle
sue fasi iniziali non entra in merito al fatto se e quando l’embrione sia individuo
e/o persona e al come e quando attribuirgli adeguata considerazione e protezione.
2. Terminologie convenzionali e principi
Quando si sono volute confrontare le conoscenze embriologiche con
istanze morali, com’è avvenuto nel Regno Unito nell’ambito della Commissione
Warnock (1984), si è alla fine concluso — a maggioranza — con
l’adottare un termine di convenienza, cioè derivato da un accordo dei conve-
nuti, sul fatto che prima del 14º giorno di vita si debba parlare di
pre-embrione, cioè di un’entità vitale alla quale si debba un generico rispetto,
ma non l’attenzione che si deve all’embrione.
Non v’è dubbio che la terminologia adottata di pre e post 14º giorno non
abbia fondamenti scientifici per il significato che si vuole attribuire a quel
giorno o alle strutture istofisiologiche che in tale giorno sono identificabili, al
più, si dovrebbe assumere il termine “individuo” o “persona” nel momento
in cui il complesso multicellulare è costituito da cellule la cui vitalità è legata
ai reciproci rapporti, come dire al momento — tra 16 e 64 cellule — in cui
una separazione di cellule non dà luogo ad un individuo. E ciò accade al 3º-4º
giorno con il formarsi della blastocisti.
Intraprendere questa strada — voler legare cioè delle considerazioni etiche
agli avanzamenti delle conoscenze di embriologia molecolare — significa voler
derivare da osservazioni scientifiche principi filosofici o etici, che attengono
invece ad ordini diversi. Non a caso del problema si discute con sorprendente
proprietà logica sin da Aristotele, che distingue l’eticità dei comportamenti in
relazione al fatto che ci sia o no vita (zoe), senza peraltro nulla sapere di
embriologia come oggi s’intende.
Da tutto questo discende che è arbitrario fissare un limite temporale (il
14º giorno) al di sotto del quale l’embrione sia da ritenere un “mucchietto di
cellule” sul quale poter effettuare ad esempio attività di ricerca senza particolari
norme, se non un generico rispetto. Analogamente è arbitrario dedurre
principi morali da considerazioni varie sulla divisione della morula (2-16
cellule) in 2 o più entità individuali o sulla riaggregazione di cellule a questo
stadio.
3. Il rispetto sostanziale per l’embrione umano
Senza pretendere sostegno in ogni particolare dalla scienza, che propone
conoscenze sempre provvisorie, va affermato che il rispetto sostanziale per
l’essere umano è dovuto sin dall’inizio, indipendentemente dallo stadio di
sviluppo, e che perciò sperimentazioni o manipolazioni biotecnologiche sono
eticamente inaccettabili, e lo saranno almeno sino a quando tali procedure,
con limiti di sicurezza certi, non saranno finalizzate ad aspetti terapeutici
concreti (evenienza che è decisamente lontana dalle attuali possibilità tecnologiche).
Appare invece più difficile addentrarsi con sicurezza su alcune problematiche
che conseguono in via secondaria a pratiche di fertilizzazione, come la
FIVET, che la coscienza comune accetta se finalizzata ad aggirare ostacoli alla
fertilità dovuti a patologie varie, anche se queste tecniche o loro varianti sono
fortemente discusse dal magistero religioso e pongono comunque rilevanti
problemi di liceità morale in relazione agli interessi del nascituro (FIVET oltre
una certa età dei genitori; embrioni congelati da utilizzare in caso di
pre-morienza del partner; ecc.).
4. Limiti etici delle applicazioni biotecnologiche. Invito al Parlamento a
legiferare
Certamente alcune possibilità offerte dalle biotecnologie non sono accettabili
sotto il profilo etico: tale è il caso dell’embryo splitting (divisione di una
morula in 2 entità separate, di cui una da congelare al fine di ottenere un
gemello futuro in caso di necessità di donazione di organi o tessuti). Su questa
strada l’utilitarismo tecnologico può proporre le più disparate varianti: va così
affermato che, in linea di principio, è da rifiutarsi ogni metodologia che tenda
alla utilizzazione strumentale della vita umana a qualsiasi stadio.
Ancora, riguardo al problema degli embrioni cosiddetti in eccesso, va
rilevato che la pratica di dar luogo ad embrioni non destinati con certezza
all’impianto è moralmente discutibile ma, di sicuro, è riprovevole allorchè si
proceda ad impianti in eccesso ed alla successiva devitalizzazione di embrioni
già impiantati in utero, o si proceda alla utilizzazione degli embrioni per finalità
diverse da quelle procreative.
Sulla base di questi principi è opportuno che il Parlamento, che è la sede
più opportuna per riprendere la discussione avviata nella precedente legislatura,
fissi limiti non valicabili, perchè sia riservato all’essere umano un sostanziale
rispetto a qualsiasi stadio di sviluppo, insieme con una sostanziale tutela dei
diritti del nascituro.
LUIGI FRATI

DICHIARAZIONE
Nell’approvare il documento, dichiaro di collocarmi tra coloro che, propendendo
fortemente a ritenere l’embrione persona sin dal concepimento,
aderiscono alla tesi esposta nel paragrafo 7.2, secondo cui ogni manipolazione
nociva dell’embrione e a maggior ragione la sua soppressione, devono essere
categoricamente vietate; anche se sussistessero incertezze sul suo statuto personale,
basta il dubbio che l’embrione possa essere persona ad imporre che ci si
astenga dal nuocergli ed in positivo che lo si tratti come persona in ogni
circostanza. In questo senso mi riconosco in tutti quei luoghi del documento
in cui si parla di tutela assoluta dell’embrione.
Dichiaro tuttavia la mia preferenza ad argomentare in modo diverso da
come si fa nel documento la differenza tra le posizioni etiche che conducono
alle conclusioni bioetiche differenziate. La scansione non va posta, a mio
giudizio, tra assolutezza e non assolutezza (o carattere “prima facie”) del dovere
di tutelare l’embrione, ma piuttosto tra il riconoscere o non riconoscere il
dovere di trattare l’embrione sin dall’inizio come persona. Il principio generale
di tutela della persona è infatti compatibile con le ben note eccezioni al divieto
di uccidere (ad esempio la legittima difesa). Invece, ammettere eccezioni al
dovere di tutela, quali la diagnosi preimpianto selettiva (per gravi patologie) o
la sperimentazione su certi embrioni sopravviventi, significa a mio avviso non
riconoscere il dovere di trattare l’embrione come persona: tali eccezioni non
valgono infatti per la persona adulta e non appare esservi alcuna ragione per
diminuire la forza normativa di tale dovere nei soli confronti della vita umana
nascente.
PAOLO CATTORINI

MEMBRI DEL COMITATO NAZIONALE PER LA BIOETICA
Prof. Francesco D’Agostino
Presidente
Ordinario di Filosofia del Diritto
Prof. Adriano Bompiani
Presidente Onorario
Ordinario di Clinica ostetrica
e ginecologica
Prof. Adriano Ossicini
Presidente Onorario
Ordinario di Psicologia
Prof. Angelo Fiori
Vice Presidente
Ordinario di Medicina legale
Prof. Evandro Agazzi
Ordinario di Filosofia della Scienza
Cons. Livia Barberio Corsetti
Consigliere di Stato
Prof. Mauro Barni
Ordinario di Medicina legale
Prof. Paolo Benciolini
Ordinario di Medicina legale
Prof. Vincenzo Cappelletti
Ordinario di Storia della Scienza
Prof. Paolo Cattorini
Associato di Bioetica
Prof. Giovanni Chieffi
Ordinario di Biologia generale
Prof.ssa Isabella Maria Coghi
Associato di Endocrinologia
ginecologica
Prof. Giuseppe Dalla Torre
Ordinario di Diritto ecclesiastico
Prof. Vittorio Danesino
Ordinario di Clinica ostetrica
e ginecologica
Prof. Luigi De Carli
Ordinario di Genetica
Prof. Luigi De Cecco
Ordinario di Clinica ginecologica
Prof. Pierpaolo Donati
Ordinario di Sociologia della Famiglia
Prof. Luigi Frati
Presidente del Consiglio Superiore di Sanità
Prof.ssa Renata Gaddini De Benedetti
Associato di Psicopatologia dell’Età evolutiva
Prof. Enrico Garaci
Presidente del Consiglio Nazionale
delle Ricerche
Prof. Aldo Isidori
Ordinario di Andrologia
Prof. Antonino Leocata
Primario ospedaliero di Pediatria
Prof.ssa Adriana Loreti Beghè
Associato di Diritto internazionale
Prof. Corrado Manni
Ordinario di Anestesiologia e Rianimazione
Prof. Vittorio Mathieu
Ordinario di Filosofia morale
Prof. Sergio Nordio
Ordinario di Pediatria
Prof. Giuseppe Palumbo
Ordinario di Clinica ostetrica e ginecologica
Prof. Alberto Piazza
Ordinario di Genetica
Prof. Lucio Pinkus
Ordinario di Psicologia dinamica
Prof. Aldo Pagni
Presidente della Federazione Nazionale
dell’Ordine dei Medici
Prof. Paolo Preziosi
Ordinario di Farmacologia
Prof. Pietro Rescigno
Ordinario di Diritto civile
Prof. Carlo Romanini
Ordinario di Clinica ostetrica
e ginecologica
Prof.ssa Giovanna Rossi Sciumè
Associato di Sociologia
Prof. Gaetano Salvatore
Ordinario di Patologia generale
Prof. Michele Schiavone
Ordinario di Storia della Filosofia
Prof. Elio Sgreccia
Ordinario di Bioetica
Prof. Bruno Silvestrini
Ordinario di Farmacologia
Prof. Sergio Stammati
Ordinario di Diritto pubblico
Prof. Giulio Tarro
Primario ospedaliero di Virologia
Prof.ssa Aurelia Sargentini
Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità
Prof. Everardo Zanella
Ordinario di Chirurgia generale
Sede del Comitato Nazionale per la Bioetica
Via Veneto, 56 – Telefoni: 481611 (centralino), 48161490-91-92 - Fax 48161493
4819944/4819946
Segreteria Scientifica: Dott.ssa Emira Aloe Spiriti, Dott. Giovanni Incorvati, Dott.ssa Elena Mancini
Segreteria Tecnico-Amministrativa: Colomba Malerba (Coordinatore)
Luciano Verduchi (Assistente)
Anna Piermarini
Bruno Stramaccioni
Daniele Tedesco

Documenti pubblicati dal Comitato Nazionale per la Bioetica
– Terapia genica (15 febbraio 1991)
– Definizione e accertamento della morte nell’uomo (15 febbraio 1991)
– Problemi della raccolta e trattamento del liquido seminale umano per
finalità diagnostiche (5 maggio 1991)
– Documento sulla sicurezza delle biotecnologie (28 maggio 1991)
– Parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sulla proposta di risoluzione
sull’assistenza ai pazienti terminali (6 settembre 1991)
– Bioetica e formazione nel sistema sanitario (7 settembre 1991)
– Donazione d’oragno ai fini di trapianto (7 ottobre 1991)
– Comitati Etici (27 febbraio 1992)
– Informazione e consenso all’atto medico (20 giugno 1992)
– Diagnosi prenatali (18 luglio 1992)
– Rapporto al Presidente del Consiglio sui primi due anni di attività del
Comitato Nazionale per la Bioetica (18 luglio 1992)
– La legislazione straniera sulla procreazione assistita (18 luglio 1992)
– La sperimentazione dei farmaci (17 novembre 1992)
– Rapporto sulla brevettabilità degli organismi viventi (19 novembre 1993)
– Trapianti di organi nell’infanzia (21 gennaio 1994)
– Bioetica con l’infanzia (22 gennaio 1994)
– Progetto Genoma Umano (18 marzo 1994)
– Parere del C.N.B. sulle tecniche di procreazione assistita – Sintesi e
conclusioni (17 giugno 1994)
– La fecondazione assistita – Documenti del Comitato Nazionale per la
Bioetica (17 febbraio 1995)
– Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana (14 luglio 1995)
– Bioetica e ambiente (21 settembre 1995)
– Le vaccinazioni (22 settembre 1995)
– Parere del C.N.B. sull’eticità della terapia elettroconvulsivante (22 settembre
1995)
– Venire al mondo (15 dicembre 1995)

Redazione Comitato Nazionale per la Bioetica
Pubblicazione della
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Dipartimento per l’informazione e l’editoria - Direttore: Mauro Masi
Via Po, 14 - 00198 Roma - Tel. 06/85981
Collana SOCIETÀ E ISTITUZIONI
Direttore Mirella Boncompagni
Coordinamento editoriale Raffaella Maria Falco
Direzione e Redazione Ufficio grafico dell’Istituto Poligrafico
e Zecca dello Stato presso il
Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria
Stampa e diffusione Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato
(8213098) Roma, 1997

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Tel.  (+39)  329 861 0725

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MEDITAZIONE

1 venerdì al mese alle ore 19,00

 

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una volta alla settimana dalle ore 19,30

 

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2 incontri

 

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A richiesta durante la gravidanza

Su appuntamenti per altro

 

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una volta al mese

 

TRA POCO---

• ASTROLOGIA (per principianti)

 

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